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IL CASTELLO DI FUMONE

La storia del castello di Fumone ha origini oscure e antichissime. Sin dagli albori Fumone fu importante vedetta e luogo di comunicazione. L’altura di  800 mt ove è  collocato Fumone si trova in una posizione di straordinaria importanza strategica, una posizione geografica a dominio sull’intera valle del Sacco e  della strada maestra che collegava Roma e Napoli: la via Latina. Il nome di Fumone nasce  dall’antica funzione di  comunicazione effetuata  con  segnali di fumo, segnali  che annunciavano le invasioni di nemici provenienti da sud e diretti a Roma. Appartenuto agli Ernici ( popolazione antichissima, residente nell’alta Ciociaria nelle città di Anagni, Alatri, Ferentino e Veroli) ,  Fumone, è segnalato come luogo di rifugio del Re Tarquinio il Superbo scacciato da Roma e in cerca di alleanze. In seguito Fumone rivestì importanza militare per i Romani  nella guerra del Sannio, quando i Sanniti erano posizionati nei pressi di Sora ( area visibile dal castello) e da lungo tempo tenevano in scacco le legioni. Ma fu soprattutto durante l’invasione di Annibale, che Fumone rivestì un ruolo chiave.  I Romani se ne servirono quando il generale cartaginese, stabilitosi  a Capua ( area visibile dal castello), decise improvvisamente di puntare su Roma marciando  attraverso la via Latina ( visibile dal castello per un tratto di 50 km). L’ importanza militare di Fumone  continuò anche durante il corso delle guerre civili tra Mario e Silla, e  tra Cesare e Pompeo. Anche allora possedere Fumone significava per i generali non solo osservare il nemico, ma soprattutto comunicare con le legioni e coordinarle da grande distanza. Durante  il periodo dell'impero romano non ci furono mai momenti di crisi nei territori intorno a Roma e in quel periodo la vedetta di Fumone operava  inviando pacifici segnali di fumo di interesse collettivo. Dal 455 (anno dell’inizio delle invasioni barbariche) Fumone ricominciò con le sue fumate che annunciavano  future devastazioni, e per secoli tornò al suo vecchio ruolo. A partire dal X secolo d. C. la storia di Fumone è strettamente legata a quella della Chiesa. Il primo documento ufficiale in cui compare il nome di Fumone è la “ Donazione Ottoniana” quando nell’anno 962 l'imperatore di Germania, Ottone 1° di Sassonia, donò alla Santa Sede e al suo Pontefice Giovanni XII , le città di Teramo, Rieti, Norcia, Amiterno e l'Arx Fumonis. Questa importante donazione dimostra come  il Castello di Fumone era allora degno di essere donato ad un Papa al pari di notevoli città,  e  che  nel X secolo la fortezza  era già famosa e collaudata. Inespugnabile, la Rocca di Fumone fu usata dai Papi per oltre 500 anni come antiguardo verso il mezzogiorno e prigione pontificia per prigionieri politici. Nel 1116, durante la controversia delle investiture e la lotta in Roma tra fazione dell’imperatore  Enrico V e quella papale di Pasquale II,  vi fu rinchiuso il Prefetto di Roma Pietro Corsi ( per importanza la seconda carica dopo il Papa) che aveva stretto alleanza con l’Impero. Nel 1121 il castello di Fumone fu luogo di prigionia e morte di Maurizio Bordino antipapa (con il nome di Gregorio VIII), che anteposto dall’Imperatore Enrico V ai papi Pasquale II e Gelasio II,  finalmente dopo sette  anni venne sconfitto a Sutri e condotto in catene a Fumone da papa Callisto II. Il corpo dell’antipapa fu sepolto nel castello e non venne mai più ritrovato. I tentativi di conquistare la fortezza di Fumone con la forza risultarono vani a chiunque, ivi compresi gli imperatori Federico Barbarossa  ed Enrico VI, che falliti gli assedi della Rocca, sfogarono la loro rabbia  devastando città e campagne a sud di Roma. Solo papa Gregorio IX nel tredicesimo secolo riuscì, dopo mesi di assedio, a farsi aprire le porte, ma pacificamente e sotto pagamento di forte riscatto. La fortezza di Fumone, data la sua fondamentale importanza strategica, al pari di tutte le Castellanie della Chiesa veniva assegnata dai Papi con un contratto di enfiteusi trigenerazionale ( all’incirca 50 anni) a potenti famiglie romane. L’enfiteuta ( definito “ Custode “) era spesso un importante uomo politico romano, questi nominava un castellano di Fumone  di sua scelta,( generalmente un uomo d’armi a cui era delegata la difesa del luogo in sua assenza), costui provvedeva al sevizio di segnalazione di fumo, custodiva i prigionieri politici che il papa vi inviava, manteneva la disciplina militare nella fortezza,  provvedeva alla manutenzione e al rafforzamento delle mura e degli strumenti di difesa, e soprattutto difendeva gli interessi della Chiesa in quel vasto territorio. Il guadagno della famiglia Custode che si sobbarcava le ingenti spese di gestione,  era non solo economico ( la tassa che le città vicine pagavano a Fumone per ricevere i segnali), ma soprattutto il grande prestigio goduto a Roma nel vedersi affidata una così importante fortezza, segno tangibile per la popolazione romana, e per le importanti famiglie aristocratiche sue rivali, di vicinanza al papa e alla politica di questo. Tuttavia l’episodio più importante avvenuto nel castello di Fumone , motivo per cui il nome della rocca  si ritrova inserito in tutti i libri di storia,  avvenne nel 1295 quando vi fu rinchiuso  il santo Papa Celestino V, che vi morì dopo dieci mesi di dura prigionia. Celestino V (l’eremita Pietro dal Morrone) fu eletto papa all’età di 86 anni dopo 30 mesi di conclavi andati a vuoto. Il suo nome fu scelto per via della  santa vita, per la fama che godeva come dispensatore di miracoli, e soprattutto per ragioni politiche, vista la impossibilità per le famiglie cardinalizie dominanti, i Colonna e gli Orsini di trovare un accordo. Ma la scelta dei cardinali di puntare su di lui si rivelò un errore. Celestino V, apparentemente un ingenuo facilmente manipolabile, agì senza tenere in nessun conto gli interessi dei suoi elettori e compì una serie di azioni ( spostò la sede del papato da Roma a Napoli, creò 10 nuovi cardinali, dimezzando così il potere di quelli già esistenti, tolse dall’abbazia di Montecassino i monaci Benedettini sostituendoli con i Celestini) che gli portarono l’avversione della Curia romana. Il pontificato di Celestino durò pochi mesi,  il suo animo puro entrò presto in contrasto di coscienza con le decisioni politiche che spesso dovevano essere fatte nell’interesse della Chiesa, e dopo un tormentoso travaglio Celestino V rinunciò alla tiara abdicando. Al suo posto venne eletto papa Bonifacio VIII. Il nuovo pontefice resosi presto conto della illegittimità della sua elezione (Celestino V rimane l’unico papa ad aver abdicato) decise di recluderlo in una prigione pontificia di massima sicurezza. Fu così che il sant’uomo venne rinchiuso nel Castello di Fumone e vi morì il 19 maggio del 1296 compiendo nel luogo dove visse 10 mesi, il suo primo miracolo da morto. Da allora il castello, che aveva sempre avuto caratteristiche di natura militare, divenne anche un luogo spiritualmente importante. Nel corso del 1500 il castello di Fumone perse la sua importanza militare e  senza più lavori di manutenzione  andò decadendo. Fu così che nel 1584 papa Sisto V decise che, essendovi morto Celestino V, il castello andava conservato come memoria storica, e lo affidò ad una famiglia aristocratica romana : i marchesi Longhi. Le ragioni della scelta di Sisto V su questa famiglia furono legate al fatto che il loro antenato Guglielmo, creato cardinale da Celestino V, iniziò a crearne il culto (prese sotto propria protezione tutte le chiese, cenobi, abbazie celestiniane ,  e soprattutto protesse e foraggiò l’ordine dei Celestini creato da Pietro del Morrone a metà del 1200). Il castello di Fumone nei secoli fu trasformato dalla famiglia Longhi in propria residenza di campagna. Oltre al santuario, i discendenti del cardinale Guglielmo, costruirono il gigantesco giardino pensile, ampliarono il palazzo aggiungendo al mastio la parte seicentesca del Piano Nobile, e settecentesca confinante con il giardino..Da allora ogni membro dei Longhi viene battezzato nella cappella del castello ed  educato alla tradizione celestiniana della famiglia. Nel 1990 i marchesi Fabio e Stefano, attuali proprietari del Castello di Fumone, lo hanno aperto al pubblico e secondo lo spirito di sempre e la secolare tradizione aderiscono  a tutte le iniziative che vanno nel nome e a favore di S.Pietro Celestino.

Contatti: Castello Marchesi Longhi de Paolis
Via Umberto I - 27
Fumone (FR) - Italy
Phone: 3474381399


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LA MONTAGNA SPACCATA DI GAETA (LATINA)

La mano del turco - Foto di Montagna Spaccata, GaetaSul promontorio del Monte Orlando a Gaeta, in provincia di Latina, sorge il Santuario della Santissima Trinità altrimenti detto anche Santuario della Montagna Spaccata. Il Santuario fu edificato dai monaci benedettini di Cassino nel secolo XI e sorge in un contesto di estremo interesse e particolarità tanto che si colloca come uno dei più importanti siti esoterici e mistici italiani. Narra la leggenda che alla morte di Cristo il monte si spaccò e proprio attorno al Santuario vi sono tre enormi spaccature verticali nella roccia che cadde a picco sul mare. La prima spaccatura somiglia ad una grotta chiamata la "Grotta del Turco". Nel IX secolo, quanto c'era il Ducato di Gaeta, le navi dei saraceni avevano trovato rifugio proprio in questo promontorio e uno di loro, un miscredente toccò, deformandola, la roccia con una mano. Si raggiunge la grotta con una scalinata il cui accesso è a pagamento. La seconda spaccatura vede la presenza della Chiesetta del Santissimo Crocifisso, un enorme masso rimasto incastrato tra due pareti verticali. Sotto la cappella e il macigno, che ne costituisce la base, la spaccatura dette origine ad una grotta famosa per uno dei tanti miracoli raccontati nella zona. Sembra che quando il masso si incastrò tra le pareti nell'anno 1400 la popolazione della zona pensò che era un miracolo dato che non sembrava un'opera naturale e convinto che non si staccherà mai decisero di raccogliere denaro per la costruzione della Chiesetta del Santissimo Crocifisso meta di pellegrinaggi. La terza spaccatura è visibile solo dal mare e non è accessibile. 


Questa foto di Montagna Spaccata è offerta da TripAdvisor.

CONTATTI

Telefono: 0039 0771 743070 - 0771 741221
Fax: 0039 0771 451415
Sito web: www.parks.it/parco.monte.orlando - www.parcorivieradiulisse.it
Email: rivieradiulisse@parchilazio.it , mscalesse@regione.lazio.it

ORARIO

visitabile liberamente tutto l'anno
Il Mausoleo di Lucio Munazio Planco è attualmente chiuso al pubblico.
Per le visite alla Montagna Spaccata, Grotta del Turco e Cappella di S. Filippo Neri, contattare il Santuario della SS. Trinità ( tel. 0771 462068 - orari apertura: 9.00-12.00 15.00-18.00 )

INFORMAZIONI

Liberamente fruibile
Servizio navetta € 1,00 (è attivo tutti i giorni nel periodo estivo, in altri periodi si consiglia di contattare lo 0771 743060 )

per l'Associazione Studi Paranormale, Emiliano Amici (www.sguardosulmedioevo.org)
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I PALAZZI STREGATI E LE CORRENTI TELLURICHE A VENEZIA

Interessanti poi sono le tradizioni legate ai palazzi stregati come Ca’ Dario e Ca’ Mocenigo Vecchia.
La fama del primo sinistramente conosciuta da tutta la città, esso fu costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città come testimonia l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”, scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe, anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti: “SUB RUINA INSIDIOSA GENERO” e cioè colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Per alcuni la costruzione sorgerebbe su un nodo di energie negative che si trasferirebbero all’intera dimora, quella che Fulcanelli definirebbe una vera e propria dimora filosofale. In realtà l’intera città sorgerebbe su una rete di correnti telluriche, positive e negative, che caratterizzerebbero così la sua urbanizzazione, lo stesso Canal Grande sarebbe la rappresentazione del temibile serpente, simbolo delle enigmatiche forze che in alcuni punti diventerebbero fortemente palesi. Del resto nel passato era normale che ci fossero luoghi benefici e malefici, in oriente ove si pratica il feng shui, cioè una disciplina che permette di costruire una casa recependo le onde benefiche del “grande drago” che dorme nel sottosuolo. Sarà proprio il drago a caratterizzare la città, infatti esaminiamo una qualunque cartina di Venezia vediamo il Canal Grande snodarsi come un serpente o un dragone, tagliando esattamente in due parti la città. Abbiamo così la testa, “caput draconis”, ed una coda “cauda draconis”.
Alla fine di quest’ultima troviamo l’isola di san Giorgio, con l’omonima chiesa, scelta non casuale se pensiamo che nella tradizione cristiana san Giorgio è il santo che uccide il drago, e quindi che esorcizza il serpente veneziano, mentre dalla parte opposta vi è la Basilica di San Marco, quasi un modo per esorcizzare queste energie.
E’ proprio posizionato nella “cauda” che troviamo Ca’ Dario, il misterioso palazzo la cui maledizione colpisce tutti i proprietari che sono morti suicidi o comunque di morte violenta, tra i quali ultimamente Raul Gardini e il tenore Mario del Monaco.
Per quanto riguarda invece la seconda costruzione, è silente testimone della visita del filosofo Giordano Bruno in città, ospite proprio della famiglia di Mongenigo che, dopo aver cercato di carpire le sue conoscenze alchemiche, lo denunciarono come stregone alle autorità veneziane costringendolo a riparare a Roma ove poi sarà giustiziato. Tradizione vuole che ancora in quell’edificio si manifesti il fantasma dell’eretico in cerca di giustizia
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IL GOLEM

In aramaico la parola Golem significa “materia inerte” ed è utilizzata dal Talmud nel commento alla narrazione biblica della Creazione. Per questa tradizione Golem era una sorta embrione umano, di uomo allo stadio primordiale, ricavato dal fango prima dell’infissione del soffio vitale divino. Nella tradizione creatasi all’interno del giudaismo mitteleuropeo della “diaspora” era un colosso d'argilla il segreto della cui creazione sarebbe appartenuto ai soli rabbini.

Intorno a questo nucleo fatto di tradizioni, e nell’area del “Triangolo della Magia” (Praga, Torino, Londra), si sono create moltissime leggende. Qui risedettero rabbini, alchimisti ed esperti di Kabalah.

PAUL JOHNSON ci ricorda che vari autori contribuirono a diffondere, tra il XV ed il XVII sec., le opere di GAMALIEL BEN PEDAHZUR e, probabilmente, di ABRAHAM MEARS proprio in quell’area dove la magia si era già diffusa e. con essa, la leggenda del Golem.


Il rabbino Loew (vissuto a Praga tra il 1520 ed il 1609) avrebbe creato il Golem come creatura autonoma; ma non possiamo dimenticare che, già nel 1508 il rabbino SALOMON IBN-GABIROL aveva dato vita ad una versione del Golem al femminile.


Peraltro una leggenda analoga si era diffusa in Germania, Polonia e Cecoslovacchia, già nel corso dell'XI sec. Di sicuro sappiamo che, a partire dal XVII sec., la leggenda riferita al Golem di Loew si era consolidata soprattutto nella Città Magica di Praga.

Perché è qui che sarebbe stato creato, all'inizio del XVII sec., il più celebre Golem per difendere il ghetto dalle angherie e da uno dei pogrom di Rodolfo II.

La leggenda prosegue narrando che Il Golem, col tempo, acquisì caratteristiche umane finendo col ribellarsi al suo creatore. Sicché Loew si vide costretto a distruggerlo.

Perché il Golem, costruito privo di soffio vitale da una immota massa di fango, veniva animato tracciando sulla sua fronte i segni ALEPH, MEM e THAU: i segni ebraici che compongono il nome cabalistico di Adamo. Per il Talmudista il Golem derivava direttamente dalla creazione del primo uomo (per inciso faccio osservare che la parola Golem, nella Bibbia, si incontra una sola volta, in un passo dei Salmi, mai del tutto chiarito).

Secondo altra tradizione – come è noto l’ebraico non reca vocalizzazione - la lettura dei segni dovrebbe essere EMET (cioè “verità”).

In un caso come nell’altro, cancellando il segno ALEPH, il Golem, come un Robot improvvisamente disattivato, si decomponeva. Le lettere restanti (Mem e Thau che si pronunciano METH) corrispondono alla parola morte.

Non vi è dubbio che idealmente il Golem costituisse la più potente magia della Kabalah pratica (quella che Eliphas Levi definì Goetia o Magia Nera): il suo risultato era la creazione dell'uomo artificiale (di cui si era già occupato Paracelso), senza dimenticare o sottovalutare le leggende connesse alla vitalità della radice di mandragora.

Nella circostanza che in Magia un Ba'al Shem (cioè un padrone del nome) insufflasse la vita pronunciando uno dei nomi segreti di Dio insieme ad una formula speciale, è possibile trovare il collegamento tra Magia e Kabalah nella leggenda del Golem.

Alla diffusione della vicenda del Golem ed alla sua più larga percezione hanno contribuito due romanzi: “Der Prager Golem” di CHAIM BLOCH e “Der Golem” di MEYRINK. Ma la fama di Loew e la conoscenza della leggenda è dovuta a David Gans, scrittore e scienziato boemo (1541-1613) autore di un trattato di astronomia e di geografia dal titolo immaginifico: “Nech-Mad We-Maim” (piacevole e caro).

Altre notizie sul Golem ci sono state tramandate dal già citato John Dee.

Non credo che il Golem fosse una creazione autonoma di Loew, né che la sua leggenda fosse una creazione della cultura praghese; personalmente sono convinto che il Golem trovasse un illustre ed immediato predecessore nello “homunculus” di Paracelso.

Paracelso era lo pseudonimo sotto il quale si nascondeva l’illustre studioso svizzero (era nato ad Etzel nel 1493) PHILIPPUS AURELIUS TEOPHRASTUS BOMBASTUS VON HOHENHEIM. Alla pari degli illuminati dell’epoca divenne noto per i suoi studi di alchimia e di medicina, ma anche di ermetismo, filosofia e magia. Fu definito “il divino”, probabilmente nel senso di divinatore).

Nella vita quotidiana, al di là dei suoi indubbi meriti di ricercatore e studioso, fu uomo particolarmente pomposo ed arrogante nel quale il nome Bombastus (d’onde il vocabolo inglese “bombastic”) descrive al meglio i suoi difetti.

Basti pensare che lo pseudonimo Paracelo, da lui stesso attribuito, significa “più grande di Celso” (massima autorità medica di Efeso del I sec. d.C.).

Insegnò all’Università di Praga "negromantia", "carmina" (formule magiche), "veneficia" (stregoneria), "Vaticinia" (profezie), "incantationes" (incantesimi) e quei “vaticinia“ che furono propri degli "Jases" (zingari polacchi), degli "Shinti" (zingari Lituani) e dei “Rôm” zingari boemi locali.

Tale tipo di cultura accomunò PARACELSO ad ENRICO CORNELIUS AGRIPPA (nato a Colonia nel 1486). A loro si deve l’introduzione di termini tuttora utilizzati: come "alcool" (dall'arabo al kohol) o dal tedesco “alka” (a sua volta da all-Geist, fantomatico) termini che indicavano il solvente universale necessario nel compimento della Grande Opera.

Ma solo a Paracelso la tradizione ermetica attribuisce la produrre della vita in provetta: il c.d. homunculus.

Affermava Paracelso: "Se il seme umano, chiuso in un'ampolla di vetro sigillata ermeticamente, viene seppellito per quaranta giorni in letame di cavallo e opportunamente magnetizzato, comincia a muoversi e a prender vita. Dopo il tempo prescritto assume forma e somiglianza di essere umano, ma sarà trasparente e senza corpo fisico. Nutrito artificialmente con arcanum sanguinis hominis per quaranta settimane e mantenuto a temperatura costante, prenderà l'aspetto di bambino nato di donna, ma molto più piccolo. Chiamiamo un tale essere homunculus e può essere istruito ed allevato come ogni altro bambino fino all'età adulta, quando otterrà giudizio e intelletto ...".

Ma neppure lo homunculus di Paracelso aveva diritto di primogenitura. Secondo la antica Magia esisteva un altro metodo per produrre l'Homunculus e consisteva nell'impiego della radice di mandragora che, appena estratta dalla terra, ha la forma di un ometto.

Si affermava che la radice di mandragora, cui si accreditavano virtù magiche e curative, se si sviluppava sotto il corpo di un impiccato, colta da un cane nero durante l'ora buia che precede l'alba, lavata e nutrita con latte e sangue si trasformava, appunto, in homunculus.

Ed ancora: un homunculus sarebbe stato ottenuto da DAVID CHRISTIANUS, professore all'Università di Giessen da un uovo di una gallina nera.

Qualunque fosse la formula e l’origine dello homunculus nella sostanza si trattava di un minuscolo servitore dalla intelligenza sovrumana, messa al servizio dei maghi e degli alchimisti nelle loro difficili ricerche.

Con tutta probabilità lo homunculus, e quindi il connesso Golem, deriva dal mito di Prometeo o del numerico Enlil che creano l'umanità con l'argilla. Né la visione mitico-leggendaria si ferma qui: al gioco partecipano anche gli dei che la arricchiscono di particolari a nmezza strada tra scienza e fantascienza.

Così Vulcano costruisce sette serve meccaniche d'oro che lo aiutano nel lavoro; cani d'oro e d'argento (simbolo di immortalità) sorvegliano il palazzo di Alcinoo; ancora a Vulcano, Simonide (556-468 a.C.) attribuì la costruzione del gigante bronzeo Talos destinato alla sorveglianza delle coste della minoica Creta; un animale, non meglio identificabile, è infine rappresentato in una statuetta è custodita nel Musée de l'Homme di Parigi e presiedeva alla custodia dell'isola di Nukuoro.

Golem ed Homunculus, dunque: esseri artificiali con mansioni di custode o di lavoratore a costo zero. La fantasia così anticipa il tecnologico Robot, creatura letteraria creata, per la prima volta, nel 1929 da Karel Capek nell'opera teatrale satirica R.U.R. (Rossum's Universal Robots). Il termine indicava uomini meccanici efficienti quanto privi di personalità (anche nell’ambito dei Robot esiste un illustre precedente perché si narra che già nel '200 Alberto Magno si servisse di un uomo meccanico d'ottone).

Qual è il significato del Golem? Ovviamente, nel pormi questa domanda escludo la possibilità di una realtà storica: a mio avviso il Golem (o uno qualsiasi dei Golem di cui è infarcita la leggenda) non venne mai creato, come non venne mai dato vita allo Homunculus o alla radice di Mandragola. Ritengo ovvio che tentativi in quella direzione vi furono, ma mi sento tranquillamente di escludere che, fuori dei casi in cui la “creazione” dette vita a provate strutture meccaniche (come l’invincibile “giocatore di scacchi”), i tentativi andassero al di là dell’illusione o, peggio, delle turlupinatura per i gonzi.

Né, a spiegare il fenomeno bisogna credere – come tentarono di fare i vari Edward Kelly o i vari John Dee – che l’homo philosophicus si ritenesse in grado di ripetere l’opera del creatore (indipendentemente dal senso che si volesse attribuire all’affermazione Talmudico-Kasbalistica secondo la quale l’uomo che avesse trovato il nome di Dio, sarebbe stato in grado di compiere miracoli).

Il vero è che, quando parliamo di fenomeni che sono connessi con la Kabalah e con l’Alchimia ci muoviamo su un terreno che è della più stretta esotericità: la loro lettura, va quindi fatta alla luce dei principi dell’esoterismo ritenendoli pure “icone” [cioè simboli] di una realtà altrimenti indicibile. Sotto questo aspetto non si può ritenere possibile andare alla ricerca di un Golem fisicamente individuabile, seppure tra le nebbie della leggenda perché il Golem fisicamente non ha mai avuto esistenza allo stesso modo dell’oro alchemico o della pietra filosofale.

In senso esoterico il Golem non è altro che la personificazione dell’aspirazione umana ad un livello di vita rinnovata, non costretta dalle pastoie dell’umana riproduzione, a percorrere le vicende di una vita limitata, vincolata alle umane passioni ed agli umani desideri. Sotto tale aspetto il Golem è quasi un Doctor Jeckill (il bene assoluto) contrapposto al malefico Mr. Hyde (il male assoluto).
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GUSTAV MEYRINK

Gustav Meyrink è nato a Vienna nel 1868. Si interessò nella sua vita di esoterismo e magicismo. Nel 1927 si convertì al buddhismo. Morì a Starnberg [Baviera] il 4 dicembre 1932.
Su che tipo fosse Meyrink, può essere interessante quanto riporta *Mircea Eliade (in "Frammenti di un diario", nell'agosto del 1950) che riferisce quanto gli dice l'ebraista Scholem: "[Scholem] l'ha conosciuto da giovane, e lo ha anche portato dal grande scrittore ermetista R. Eisler. Una volta Meyrink gli chiese di spiegargli che cosa aveva voluto dire nel suo 'Der Golem', giacché egli aveva scritto alcune pagine ispirate alle fonti esoteriche ebraiche (pessime fonti, ha aggiunto Scholem), senza d'altronde comprenderne il significato. Scholem gli aveva spiegato che, essendo inventate da autori mediocri, prive di rapporto con la fonte della tradizione autentica, non avevano alcun senso... Un'altra volta Meyrink gli chiese se sapeva dove abitasse Dio. Scholem non lo sapeva, e Meyrink esclamò: 'Alla base della colonna vertebrale'. Aveva letto 'Il potere del serpente' di Avalon ed era convinto di ciò: Dio era 'Kundalini', e 'Kundalini' si trovava, arrotolato, alla base della colonna vertrebrale. Scholem non sa ancora ancora esattamente se Meyrink credesse davvero alle sue opere esoteriche o se scherzasse, dato che non era sprovvisto di umorismo".

Il suo romanzo più noto resta Il Golem (Der Golem, 1915). Tra gli altri suoi romanzi si ricordano: La faccia verde (Das grüne Gesicht, 1916), La notte di Valpurga (Walpurgisnacht, 1917), Il domenicano bianco (Der weisse Dominikaner, 1921). Tra i racconti: Il corno fatato del filisteo tedesco (Das deuschen Spiessers Wunderhorn, 1913) in tre volumi, Storie di alchimisti (Goldmachergeschichten, 1925).

I suoi punti di riferimento sono Hoffmann e Poe, e le leggende praghesi. Le sue sono storie fantastiche, dominati da spettri, visioni, piene di sogni. Elementi grotteschi si uniscono a toni mistici. Scherzo ironico, amara malinconia, satira della burocrazia e dell'ipocrisia borghese sono tra i suoi elementi migliori.
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ENRICO CORNELIO AGRIPPA VON NETTESHEIM

Nacque a Colonia nel 1486 e visse una vita errabonda, che lo portò a girare tutta l'Europa, a causa delle continue denuncie di magia ed eresia che lo perseguitavano.Conclusi gli studi umanistici, si interessò di astrologia; recatosi alla corte di Margherita d'Austria, dovette fuggire per i potenti nemici che si era fatto per il suo carattere battagliero e la sua lingua pungente.Andò a Parigi, a Londra, a Venezia, sbarcando a fatica il lunario con l'insegnamento di teologia.
Morì a Grenoble nel 1536, in estrema povertà. Il De occulta philosophia è l'opera principale di Agrippa, pubblicata in tre libri nel 1533; una sintesi di alchimia, cabala, magia e filosofia naturale, in cui il mago viene definito "uomo saggio, sacerdote e profeta, non individuo superstizioso e demoniaco", in quanto studioso di magia, una scienza sperimentale i cui fenomeni non sono affatto trascendenti.
Chi li provoca, infatti, lo fa applicando leggi naturali di cui ha la conoscenza; quindi la magia non è altro che la scienza integrale della natura ed i suoi presunti prodigi sono il risultato della esplicazione delle forze naturali, miracoli in senso etimologico, cioè cose degne di essere mirate.Si ritiene che Il Libro del Comando sia stato scritto come appendice del De occulta philosophia: un quarto libro, aggiunto successivamente ai tre precedenti dall'autore stesso, con le funzioni di riepilogo generale delle varie operazioni magiche necessarie per evocare gli Spiriti.Alcuni critici, invece, lo giudicano un falso, un'aggiunta spuria al testo della Philosophia, scritta dopo la morte del suo autore.In ogni caso il Libro del Comando ne è la continuazione ideale.
Dopo una breve premessa, in cui l'autore avverte dell'importanza e della segretezza delle formule in esso contenute, il testo elenca i modi per conoscere nome e caratteri degli Spiriti, sia benigni che maligni.Vengono illustrate le modalità per costruire talismani e pentacoli, per consacrare gli strumenti magici, per invocare gli Spiriti Benigni, evocare quelli Maligni ed ottenere responsi e rivelazioni.Eccovi uno stralcio de Il libro del Comando di Enrico Cornelio Agrippa (pag. 43–44), edizioni Mediterranee, 1977, Roma.Vi ricordiamo che presso la stessa casa editrice potrete trovare quasi tutti i Grimori, i testi classici di magia (medievali e rinascimentali). "Ora tratteremo dei sacri pentacoli e dei sigilli. I pentacoli si possono definire dei segni sacri che ci salvano dagli eventi cattivi e ci aiutano ad imprigionare e annientare i demoni malefici, nonché ad attirare e conciliarci gli Spiriti Benigni.
I pentacoli sono formati con i caratteri ed i nomi degli Spiriti Benigni di ordine superiore, ovvero con disegni adatti di lettere sia consacrate che rivelate, o con versetti adeguati alle circostanze e figure geometriche, oppure con i sacri nomi di Dio, tracciati (come ritengono molti) al contrario, o da tutte queste cose, o, infine, dalla maggior parte di esse riunite insieme.I caratteri che servono a tracciare i pentacoli sono quelli degli Spiriti Benigni; in genere di quelli del primo e secondo ordine, talvolta anche del terzo. Servono anche quel genere di caratteri che si sogliono definire "sacri".Qualunque sia il carattere scelto, va circondato di un duplice circolo, nel quale viene inscritto il nome del suo angelo. La figura sarà di maggiore efficacia se vi si aggiungerà qualche nome divino del suo Spirito, che si addica alla funzione che si vuole esso compia. Lo si potrà anche circondare con qualche figura geometrica, con i vertici di numero appropriato.I disegni sacri che costituiscono i pentacoli sono gli stessi che vengono tramandati nei Libri Sacri e Profetici, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, come ad esempio la figura del serpente sospeso ad una croce, e simili che si trovano in abbondanza nelle visioni dei profeti, come Isaia, Daniele, Esdra ed altri, nonché nel testo dell'Apocalisse di San Giovanni"
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LO SPIRITISMO DI ALLAN KARDEC



LO SPIRITISMO DI Allan Kardec

pseudonimo di Hippolyte Léon Denizard Rivail (Lione, 3 ottobre 1804 – Parigi, 31 marzo 1869), fu un pedagogista e filosofo francese conosciuto per essere stato il fondatore e codificatore dello spiritismo, una dottrina filosofica di cui fu il principale divulgatore a livello mondiale.Nel 1854, il professor Rivail sentì parlare delle tavole giranti, fenomeno medianico che agitava l'Europa. A Parigi, fece i suoi primi studi scientifici sullo spiritismo. Applicò alla nuova scienza il metodo di sperimentazione senza mai formulare teorie preconcette, osservava attentamente, comparava, deduceva le conseguenze; cercava sempre la ragione e la logica dei fatti.
Interrogò gli spiriti, annotò e ordinò con scrupoloso rigore scientifico i dati che ottenne. Per questo motivo è chiamato codificatore dello spiritismo. All'inizio, Rivail aveva come obiettivo solo la propria istruzione. Dopo, quando vide che il suo lavoro aveva assunto le proporzioni di una dottrina scientifica e filosofica, decise di pubblicare un libro, per l'istruzione di tutti. Pubblicò quindi Il libro degli spiriti il 18 aprile 1857, a Parigi. Adottò lo pseudonimo di Allan Kardec affinché fosse possibile differenziare la sua opera spiritista dalla produzione pedagogica pubblicata in precedenza. Nel gennaio del 1858, Kardec lanciò la Revue Spirite (Rivista Spiritista) e fondò la "Società Parigina degli Studi Spiritisti". In seguito, pubblicò Cos'è lo spiritismo (1859), Il libro dei medium (1861), Il vangelo secondo lo spiritismo" (1864), Il cielo e l'inferno" (1865) e La Genesi (1868)
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CLAVICULA SALOMONIS


Clavicula Salomonis


E' sicuramente il trattato magico più diffuso e conosciuto di tutta l'area mediterranea. La sua popolarità è dovuta anche al fatto che esso è un vero e proprio manuale pratico di magia che accompagna passo per passo l'aspirante mago: descrivere come preparare se stesso e gli strumenti per le operazioni di magia, quali formule impiegare, di quali simboli e sigilli munirsi per difesa, come conversare con gli spiriti evocati, ed infine cosa chiedere.






Le origini della Clavicula sono di certo molto antiche. Molte delle cerimonie e dei rituali descritti sono molto simili a quelli utilizzati dai, caldei, dai babilonesi e dagli ebrei. Tuttavia l'attribuzione del testo al re Salomone è da considerarsi senza dubbio leggendaria. 
La prima citazione storica certa della Clavicula risale allo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel primo secolo d.C.
Successivamente fu citato dallo storico bizantino Michele Psello, e poi ancora ne Le Grand Albert, attribuito ad Alberto Magno, in cui sono riportate delle formule attribuite ad un certo Aronne Isacco,mago di corte dell'imperatore di Bisanzio Manuele I Comneno, che le aveva tratte a sua volta da un testo antichissimo, che con tutta probabilità era proprio il testo che oggi va sotto il nome di Clavicula Salomonis.


Della Clavicula esistono, proprio per la sua grande diffusione, copie in differenti lingue, dal francese all'italiano, dal'inglese al tedesco. La maggior parte di questi manoscritti è custodita nel British Museum di Londra o nella Biblioteca dell'Arsenale a Parigi; altri invece fanno parte di collezioni private o di biblioteche sparse un pò in tutto il mondo.
Per il suo carattere evocatorio e diabolico, la Clavicula venne proibita nel 1559 dall'Inquisizione come opera pericolosa. Nonostante questo, però, la prima copia stampata fece la sua apparizione a Roma nel 1629.
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TERZO OCCHIO


Il "terzo occhio" è il presupposto dell'"intuito" e della "chiaroveggenza". Esso è situato nel centro della fronte leggermente sopra le sopracciglia. E' collegato al sesto chakra e alla ghiandola pituitaria o ipofisi, anche se è comune credere che la ghiandola pineale o epifisi sia la ghiandola del terzo occhio. Attualmente possiamo dire che la pineale è una ghiandola in letargo, dovuto al suo inutilizzo negli ultimi millenni da parte dell'uomo.
L'attivazione del sesto chakra comporta l'emancipazione dell'intuito personale. L'intuizione è la capacità di captare una verità senza l'uso della logica mentale. Essa fa parte della sfera irrazionale dell'uomo. Una forte intuizione porta alla "divinazione", della quale la più comune e popolare pratica è la cartomanzia.
Un essere in evoluzione passa dall'iniziale intuizione alla piena attivazione del terzo occhio e così alla veggenza. Divinazione, terzo occhio e veggenza rientrano sempre nella sfera dei talenti personali.
Quando il terzo occhio è totalmente aperto è possibile vedere e fare molte cose. E' possibile vedere dentro ad un corpo umano sia nel macro (organi, ghiandole, ecc.), sia nel micro (sangue, cellule, ecc.), tanto da poterne fare dei check-up particolareggiati. E' possibile vedere anche altre realtà, oltre a quella fisica, come ad esempio le entità disincarnate, l'aura, i chakra. Tramite di esso è possibile rivivere in pieno una propria vita passata, ma anche vedere quella di altri. E' possibile sapere e vedere che cosa fanno, pensano e dicono le altre persone, restando però nella più completa discrezione. E' possibile fare un "volo astrale". Con il terzo occhio è inoltre possibile praticare la magia nera, come malocchio, fatture, malefici, stregoneria, ecc., e la magia bianca, come sciamanesimo, guarigioni miracolose sia fisiche che astrali, esorcismi, ecc. Il suo uso non sempre però necessita di un essere pienamente consapevole, a volte il soggetto opera usando l'intuizione unita alla grande pratica acquisita nel tempo. Una coscienza involuta usa la veggenza per operare la magia nera, altresì, una coscienza evoluta la usa per operare quella bianca.
Nella simbologia la veggenza è la sfera di cristallo dei maghi, dove guardando dentro si vedono cose lontane e segrete.
Il grande Theophrast Bombast Von Hohenheim, conosciuto con il nome di Paracelso (1491/3-1541/4) scrisse sul terzo occhio: "L'intima natura di ogni cosa può essere conosciuta mediante la magia in generale e mediante i poteri della vista interiore, o seconda vista. Sono questi i poteri da cui possono essere scoperti tutti i segreti della natura. Ed è necessario che un medico conosca bene questa arte e sappia capire molto di più da questa sua intima percezione circa le malattie dei pazienti, che non interrogandoli. Finché l'uomo rimase in uno stato naturale riconobbe i segni delle cose e capì il loro vero carattere. Ma quanto più si allontanò dal sentiero della natura, e quanto più si lasciò catturare dalle illusorie apparenze esterne, tanto più questo tipo di potere scomparve."
Anche nel Vangelo vi è un accenno al terzo occhio. "La lucerna del tuo corpo è il tuo occhio. Se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo (astrale) sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande e nera sarà la tenebra!" (Matteo 6,22-23)
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LE CARTE ZENER



Le carte Zener sono un tipo particolare di carte da gioco, inventate appositamente dal parapsicologo statunitense Joseph Rhine per i suoi esperimenti sulla telepatia, il mazzo è composto da 25 carte. Ci sono cinque tipi di carte, ognuno presente cinque volte nel mazzo: il Cerchio, la Croce, il Quadrato, la Stella e l'Onda. Nel 1935 W. McDougall e G. B. Rhine crearono negli Stati uniti il "Laboratorio Parapsicologico della Duke University" . Qui un ristretto gruppo di ricercatori guidato da Rhine dette inizio a estese indagini sulla percezione extrasensoriale, avvalendosi delle classiche carte di Zener: l'indagine consiste nell'analizzare la consistenza di fenomeni di telepatia, chiaroveggenza e precognizione per soggetti sottoposti a test d'indovinamento dei simboli Zener. Gli anni Cinquanta e Sessanta vedono un rinnovato interesse per la percezione extrasensoriale, di cui si cercano i rapporti con la personalità e gli atteggiamenti dei soggetti, e con i legami affettivi che essi stabiliscono. Verso la metà degli anni Sessanta si afferma la tendenza ad abbandonare lo sperimentalismo rigido del periodo precedente: mentre, grazie soprattutto all'introduzione di ausili tecnici di vario genere, l'indagine clinica risorge su basi più solide dando quei contributi di carattere qualitativo che il puro esperimento nega.
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