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LA STREGA FINNICELLA

Cristogramma (fonte: wikipedia.org)


Rifugio dei peccatori. Vessillo dei combattenti. Medicina degli infermi. Sollievo dei sofferenti. Onore dei credenti. Splendore degli evangelizzanti. Mercede degli operanti. Soccorso dei deboli. Sospiro dei meditabondi. Aiuto dei supplicanti. Debolezza dei contemplanti. Gloria dei trionfanti. In totale fa dodici. Esattamente come i raggi del sole che splende d’oro nel campo azzurro ormai quasi sbiadito della tavoletta con la croce. JHS, sta scritto sul legno. E’ l’emblema della devozione a Nostro Signore. Sua è la croce riprodotta sulla tavoletta. A Lui vanno le labbra dei fedeli, che uno dopo l’altro si inginocchiano supplici a baciare la santa effigie, il Cristogramma che il buon frate porge alle masse adoranti durante e dopo la predicazione. Chi adora la croce si disfa del demonio, salmodia il prete. Chi bacia il legno santo abbandona i mali della terra. Ed a Roma, nell’estate del 1426 c’è un disperato bisogno di purificazione. Ora che la peste ha steso le sue ali nere sulla città, ora che i morti si accatastano ai bordi delle strade lerce, ora l’Urbe ha più bisogno dei suoi eroi, e massimamente dei santi che la riavvicinino alla perduta grazia di Dio.
E quel toscano, partorito nel secolo precedente nella casa dei senesi Albizzeschi in quel di Massa Marittima, fa proprio al caso del popolo. Bernardo, si chiamerebbe. Ma un po’ per la statura - che non è certo quella di un gigante, un po’ per quel saio immenso e lacero - indossato quando era ancora poco più che un ragazzino ventiduenne, tutti lo indicano con il diminutivo. Bernardino. E’ diventato adulto in fretta, Bernardino. Rimasto presto orfano, ha fatto ritorno alle sue origini, riparando da Massa a Siena per abitare nel palazzo delle zie, agiate vecchine che lo hanno sostenuto negli studi e rifocillato a dovere. Nel 1402, con l’abito monacale ancora fresco indosso, ha iniziato a girare in lungo ed in largo per l’Italia del nord. E’ solo un fraticello, dicono di lui quando lo incontrano. Poi apre bocca e chi se lo trova davanti allibisce. E’ il fervore di Dio in persona, dicono alla fine, mentre la sua modesta figura si allontana verso una nuova mèta. Cavalca il rinnovamento, quel Frate Minore che fa della religione del Cristo il suo scudo e sostegno contro i tempi avversi, la perdizione, le tentazioni della carne, la miseria. Devoto fino al midollo, non gli riesce di trascurare una virgola della vita del gregge. A partire dai suoi aspetti più pratici. E’ il primo teologo che, dopo Pietro di Giovanni Olivi, si fa carico di firmare di suo pugno un tomo intero dedicato all’economia. Materia sottile, in cui gli alfieri di Cristo al tempo non brillano certo. Ma lui no. Scrive di contratti, di proprietà privata, di etica commerciale, di valore e di prezzo. Abbozza il ritratto del giusto negozio, dell’onestà potenziale dell’imprenditore che non necessariamente è dannato per sua natura. Onestà significa utilità, dice, per l’intera società. Il commercio equo transita attraverso l’efficienza e la responsabilità, afferma, e procede grazie alla laboriosità ed all’assunzione del rischio. La proprietà esiste è ed un bene, almeno finché non appartiene all’uomo ma sussiste per esso, quale strumento per ingenerare miglioramento nel mondo. Non tollera la contesa, Bernardino. Lavora al telaio della diplomazia, piuttosto. Media. Riconcilia. Appiana. E parla contro i nuovi ricchi senza legge. E l’usura, soprattutto. Non sarebbero novità assolute, le sue. Ma quel che gli manca in termini di pensiero inedito lo recupera e surclassa quanto ad acume del ragionamento, con quella lingua tagliente e diretta che è il suo marchio migliore e più autentico. Nel 1425 è ancora a Siena, e si dà al virtuosismo della predicazione. Legge e rilegge decine di volte i suoi discorsi. Almeno finché non li ha imparati a perfezione. Fino a che non ne è assolutamente convinto. In sette settimane non salta una predicazione giornaliera. Per ogni alba ha un discorso nuovo, rutilante, perfettamente logico e convincente. Pericoloso. Tanto che usurai e gestori delle case da gioco attive in città stringono un pactum sceleris e, a forza di denari, assoldano testimoni per convincere le autorità che egli sia un eretico. I signori di Siena mangiano la foglia e lo incriminano. 
San Bernardino da Siena
(fonte: airemsea.it)
Bernardino intanto ha già abbandonato la città, i suoi passi instancabili già consumano l’antica via consolare che conduce a Roma. In Vaticano frattanto siede un Gran Maestro dell’Ordine di Cristo nato genazzanese presso i potentissimi Colonna. Il Papa numero 206 nei registri di Pietro. Ottone, ovvero Martino V, assurto alla gloria del regno di Dio in terra a furor di concilio di Costanza, mentre la Chiesa cattolica si dibatte nell’ardua impresa di governare le bizze del trasferimento della curia da Avignone di Francia a Roma. Successore di Giovanni XXIII, Martino è l’uomo che ha scritto di suo pugno la parola fine sull’annosa questione dello Scisma d’Occidente. Un uomo che ama la moderazione e non tollera i tumulti. Che difende la pace ed a fatica tollera le turbative. Per questo quel frate ormai famoso non gli va proprio a genio. Eppure, in molti sono disposti a difenderlo a spada tratta. Uno di essi si chiama Paolo da Venezia, ed è un sommo dottore di teologia che si prende la briga di tirare giù un intero trattato in difesa di Bernardino, che nel frattempo è finito nel mirino della Santa Inquisizione complici le voci infami che dilagano sul suo conto in quel di Siena. Il processo formale al toscano si tiene proprio a Roma, e ne segna infine l’assoluzione con formula piena. Se possibile, l’incidente con la legge non fa che aumentarne la già considerevole fama. Anche perché Bernardino si avvale del diritto di difendersi da sé, e lo fa proprio al cospetto di Martino V. Le sue parole sono ambrosia e fuoco. Riescono a smuovere perfino la pax granitica di quel Pontefice che non vuole scocciatori. Adesso è il Papa in persona ad insistere affinché agli rimanga nell’Urbe. Che diffonda le sacre vampe della fede in ogni dove, se gli riesce. Roma ha la peste. Ed un disperato bisogno di conforto. Il misero frate predica per 80 giorni consecutivi, ed affine se possibile le sue già acutissime arti. A molti dei suoi discorsi Martino presenzia, segretamente per tentare di trovare una falla in quel baluardo di fede. Ma è inutile. Bernardino è un leone di Cristo. Al Papa non resta che convincersi ed abbandonarsi egli stesso alla malia. Gli si proponga la nomina ufficiale a Predicatore della Casa Pontificia. Un lustro assoluto. Che, come tale, l’umile monaco rifiuta con discrezione, opponendo ai fasti ecclesiastici un’umiltà che gli fa ancora più onore. A Roma diventa in fretta una celebrità, mentre stuoli di fedeli ignorano i già alti rischi di contagio per assieparsi alle sue prediche infinite. Tutti ascoltano, tutti acclamano, tutti si inginocchiano. E tutti posano le labbra sulle tavolette col Cristogramma, che Bernardino reca con sé durante i bagni di folla e che ormai anche la Chiesa più ufficiale ed altolocata ha finito per adottare ed inserire nel novero delle sue simbologie predilette. Dall’estate 1427 Bernardino è di nuovo a Siena, tornato su richiesta dei Signori della Cinta. Il sant’uomo è sfinito, sta sfidando i suoi limiti e con ciò pervertendo la sua stessa natura terrena, ma ha una nuova sfida da raccogliere e non può tirarsi indietro. Il santo va sempre e soltanto avanti. Porterà il verbo di Cristo nel clamore del Comune per 45 giorni a partire dalla metà di agosto. Il popolo lo avrebbe voluto Vescovo della città, ma per tre volte consecutive i nobili gli recano la proposta formale e per tre volte lui rifiuta recisamente. La sua è una virtù che rifugge i titoli. A Siena non esiste luogo di culto che possa aiutare nell’opera immane di contenere tutto il volgo. Dunque i Signori gli ordinano di prendere Piazza del Campo. Parlerà a partire dall’alba, in modo da coinvolgere tutta la popolazione disponibile, stazionando su di un altare improvvisato che viene tirato su in fretta tra due finestroni del Palazzo Comunale, o al massimo sporgendosi dal pulpito in legno che dopo qualche giorno le autorità gli concedono. Alla sua sinistra presenzieranno i Priori della Signoria, raccolti in una tribuna apposita suddivisa in due ali, la destra riservata alle donne e la sinistra agli uomini. Bernardino inizia l’opera, e celebra la Santa Messa per due ore filate, fino alle sette del mattino. A quell’ore, mentre le botteghe iniziano ad aprire i battenti ed i mercato termina il suo acconciarsi per il popolo, inizia instancabile a predicare. Conosce a menadito il latino, come tutti gli uomini di Chiesa del suo tempo. Ma parla al popolo minuto, e quindi preferisce affidarsi alle coloriture del volgare, per raggiungere il cuore e non solo le orecchie del suo uditorio. Finito con Siena, il frate riprende la sua vocazione itinerante di missionario inquieto. Nel 1431 è nella Ferrara degli Estensi, che lo vorrebbero vescovo. Dal 1435 è in Montefeltro e nelle grazie di Federico, futuro Duca d’Urbino che resta scottato dalla sua profonda e vivida spiritualità. Anche qui rifiuta la nomina a vescovo. Cosa che tuttavia non gli riesce quando, due anni più tardi, viene nominato di prepotenza Vicario Generale dell’Ordine degli Osservanti, per poi divenire nel 1438 Vicario Generale di tutti i Francescani d’Italia. Ormai ha quasi sessanta anni. Sul suo capo, oltre al peso di un’invincibile stanchezza, grava la malattia che attanaglia le sue notti. Ma il vescovo aquilano Amico Agnifili ha un incarico che sembra fatto apposta per lui. Dovrà recarsi in terra d’Abruzzo e tentare di riconciliare le fazioni che insanguinano la città con l’ennesima faida interna. E’ il maggio del 1444 quando Bernardino comprende che le sue forze stanno venendo meno. I suoi tentativi di mediazione producono buoni frutti, ma il tempo è tiranno ed il 20 Bernardo si riconcilia con la Grazia Divina che l’ha voluto alfiere della potenza e del perdono celeste. Al suo funerale interviene tutta la città, e mentre il sant’uomo viene deposto nella bara, qualcuno tra i presenti leva alte grida al cielo notando che il legno perde sangue vivo. La bara di Bernardino sanguina. Continuerà finché i litiganti aquilani non deporranno le armi. E’ un ritratto sacrale, quello che emerge dalle cronache dedicate a Bernardino da Siena. Infatti, appena sei anni dopo la sua dipartita, il Papa lo canonizza ufficialmente. 
Strega al rogo, incisione del XVI secolo
(fonte: airesis.net)
Un record per un campione della vera Fede. Non altrettanto, però, per l’immagine che sta accanto e dietro a quella del missionario, predicatore, evangelizzatore delle masse. Un’istantanea dai colori molto meno vividi, più oscuri anzi, che restituisce l’indizio di un uomo di Chiesa non esattamente retto ed anzi a tratti accecato dal suo prepotente integralismo.  E’ una strana immagine, quella del Bernardino “collaterale”. Un quadro che fa a pugni con quello retto e magnifico ricordato negli scritti ecclesiastici ed ostentato nella pietra seicentesca della chiesa a lui dedicata nella romanissima via di Panisperna. Un secondo ritratto che prende le mosse proprio dai suoi giorni migliori, quelli delle prediche di piazza senesi e, soprattutto, romane. In uno dei suoi capolavori d’ars oratoria, nel 1427, il frate avrebbe ammutolito Piazza del Campo tornando con la mente e col racconto ad alcuni fatti di cui era stato più che testimone negli anni trascorsi a Roma. Fatti riconducibili ad un nome che fece tremare l’Urbe. Quello di Finnicella. Prima fattucchiera finita tra le fiamme del Santo Rogo e vittima inaugurale della caccia alle streghe che, partita proprio dalla culla della cristianità, di lì a poco avrebbe insanguinato l’Europa intera, finendo per raggiungere addirittura il Nuovo Mondo. A Roma Bernardino aveva goduto di un pubblico di devoti in numero davvero impressionante, a motivo della sua vicinanza ai problemi quotidiani della plebe e, soprattutto, agli innumerevoli mali che ne minavano il giornaliero vivere. Plasmati da tanti discorsi e spunti ed esportazioni sulla ricerca della virtù e, più ancora, sull’abiura assoluta del male congenitamente presente in seno alla società, i romani avrebbero devotamente riportato al loro buon difensore le loro perplessità circa la condotta di una donna sul cui capo pendevano accuse a dir poco infamanti. Trenta infanti assassinati per suggerne il sangue ancora caldo, cui andava assommato perfino lo stesso figlio della donna, massacrato per farne polvere da ingerire in occasione di nefandi ed oscuri riti. Ce n’era abbastanza, insomma, per spiccare nei confronti di Finnicella un’accusa formale. Quella riservata ad una figlia del demonio. Quella per stregoneria. Detto fatto, la donna venne portata in ceppi presso Bernardino, la cui eloquenza sembra fosse pari unicamente alla dedizione nella ricerca ad ogni costo della verità più recondita. Denunciata ed interrogata, Finnicella fu condannata alla pubblica morte nel luglio del 1426, in piena epidemia di peste. Forse, mondata l’Urbe della sua nefasta presenza, anche il morbo senza pietà avrebbe preso un’altra via. La sera dell’8 luglio il Campidoglio sprigionò alte vampe. Il prezzo dell’obbedienza cieca del volgo all’ancor più cieca dedizione del suo campione di fede, che assistette fianco a fianco al suo zelante e nutrito pubblico, intervenuto in massa pur di non perdersi lo spettacolo d’eccezione, agli spasmi dell’accusata. A nulla valsero le obiezioni sollevate da alcuni dottori, che testimoniarono come la donna fosse semplicemente un’ostetrica. Le fiamme consumarono in fretta il suo corpo martoriato, mentre Bernardino consegnava alla storia il primo atto dell’atroce cronaca della caccia alle fattucchiere. Verità o semplice leggenda? Diceria o evento fondato? A quasi sei secoli di distanza, il dubbio permane, e finisce per avvolgere il protagonista in negativo dell’ipotetica cronaca. Bernardino, l’alfiere della Grazia Divina. O piuttosto il principe dei cacciatori di megere?

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati
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LA MADRE DI KEPLERO

Nel dicembre 1615 arrivò notizia dal Wuttemberg, dalla sorella Margarethe del grande astronomo tedesco Keplero, convinto sostenitore del moto dei pianeti intorno al Sole, che la loro vecchia madre era stata accusata di stregoneria.
Katharina Guldenmann godeva di una cattiva reputazione per il suo cattivo carattere e la sua conoscenza delle erbe e della medicina popolare.
Frau Kepler era probabilmente una donna intelligente, ma non era saggia e non aveva abilità sociali. Le persone che frequentava, o che erano disposte a frequentarla, erano la feccia della società.
Keplero assunse la difesa della madre. L’accusa che la inchiodava era, non a caso, quella di aver fatto morire due bambini consigliando alla madre di curarli attraverso i responsi ottenuti da uno specchio magico nelle notti di luna piena.
 
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ANNA BOLENA

Enrico VIII Tudor padre della grande Elisabetta I d’Inghilterra, era convinto che la sua seconda moglie, la ballerina di corte Anna Bolena lo avesse sedotto ricorrendo ad oscure pratiche magiche.
Nel maggio 1536 Anna venne accusata di aver usato la stregoneria per intrappolare Enrico VIII nel matrimonio, di affliggere il Re con dolori corporei e di aver cospirato per provocarne la morte o il tradimento.
Anna trovò la pace spirituale durante i suoi ultimi due giorni di vita, e disse al carceriere che confidava nella pietà di Dio e credeva che sarebbe andata in paradiso. Giurò due volte sui sacramenti che era innocente di tutte le accuse portate a suo carico.
Il 19 maggio 1536 Anna venne decapitata con un solo colpo alla Torre di Londra. Prima della morte scherzò dicendo che: "Ho sentito dire che il boia è molto bravo, e il mio collo è sottile". Il boia, un esperto spadaccino francese, era ritenuto un giustiziere rapido ed eccellente. Anna scelse un vestito scuro per la sua esecuzione, con una sottoveste cremisi. Sul patibolo perdonò quelli che l'avevano mandata a morte, e pregò per suo marito. Venne bendata, e mentre si stava inginocchiando la sua testa cadde con un solo colpo.
È oggi generalmente accettato che nessuna delle accuse fosse valida.
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LEONARDO DA VINCI

Leonardo Da Vinci, ad esempio, per i suoi avveniristici studi sulla dissezione dei cadaveri fu definito “stregone e negromante” e quindi costretto ad allontanarsi da Firenze.
«Leonardo era guardato con sospetto dai suoi contemporanei e lo tenevano alla lontana. Anche lui aveva paura di essere accusato di stregoneria da chi non lo capiva e per questo motivo ha adottato delle tecniche di scrittura e di comunicazione impossibili da decifrare all'epoca.
Ad esempio per i suoi appunti scientifici scriveva da sinistra verso destra e usava la mano sinistra, ma scriveva perfettamente con entrambe le mani. Inoltre, scriveva in modo speculare, cioè scriveva con lo specchio accanto al foglio. 
Per questo per capire cosa c'è scritto nei suoi "codici" bisogna leggerli all'inverso e con lo specchio. Ma questa tecnica non l'ha usata per la poesia o per scritti sulla pittura o sui colori. 
Leonardo non comunicava molto con gli altri, ma lo faceva di più con i suoi studenti artisti a cui insegnava pittura perché considerava gli artisti più sensibili e quindi si apriva di più. Ma durante le sue lezioni di pittura arrivava alla scienza e questo disorientava gli allievi. 
E questi, di fronte a questi rapidi cambiamenti di argomento pensavano che fosse un pazzo perché non parlava più di pittura a cui invece loro erano interessati e per cui erano lì con lui. Ancora oggi, è come se Leonardo volesse farci scoprire gradualmente le cose, lentamente, nel corso dei secoli. Per non impressionarci molto. È come se lui avesse visto la vita futura di 300-500 anni dopo e avesse anche capito il disorientamento delle "normali" menti umane di fronte alle sue scoperte».
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LA STREGA GOSTANZA

In Italia le streghe sono abbastanza rare.
Anche qui però, come nel resto d’Europa, le persone accusate di stregoneria sono soprattutto donne, vecchie, povere e non istruite. Spesso esercitano il mestiere di guaritrici.
E’ questo il caso di Gostanza da Libbiano, processata come strega alla fine del secolo XVI nel paese di San Miniato al Tedesco, in Toscana.
Figlia di un ricco fiorentino e di una sua serva, Gostanza è costretta a sposare il figlio di pastore, all’età di otto anni, e a subirne le violenze.
Rimasta vedova, si guadagna la vita filando e facendo la levatrice, assistendo cioè le donne durante il parto. Va a raccogliere erbe medicinali per farne infusi e unguenti con cui guarire le malattie e la sua fama di guaritrice cresce.
Quasi ogni giorno le portano malati da curare o indumenti degli infermi, perché li tocchi e favorisca così la guarigione.
Le donne preferiscono lei alle altre levatrici.
Ma il suo potere è pericoloso, perché si pensa che sia opera del demonio, soprattutto quando le cure sono inefficaci e i malati non guariscono.
In paese cominciano le accuse di stregoneria e Gostanza, ha sessant’anni, deve subire un processo.
Dapprima nega ogni colpa e i giudici, di fronte alla sua “ostinazione” decidono di sottoporla alla tortura.
Gostanza viene spogliata: forse si cerca sul suo corpo il segno che – si dice – il diavolo lascia alle donne con cui ha avuto rapporti. Poi la sollevano con una fune, in modo che le braccia, legate dietro la schiena, debbano reggere tutto il peso del corpo.
Questo tipo di tortura è dolorosissimo, perché provoca slogature alle articolazioni e fratture alla ossa. Non reggendo allo strazio, Gostanza ammette di aver compiuto malefici, ma poi ritratta tutto.
Allora i giudici le infliggono nuovamente la tortura, più e più volte rendendola sempre più dolorosa.
Infine, purché la sofferenza abbia termine, Gostanza si dichiara pronta a parlare.
Ha inizio una confessione fiume, piena di bugie: lei, Gostanza, è una strega; ha rapporti sessuali col diavolo; può trasformarsi in gatto per entrare nelle case e succhiare il sangue ai bambini; partecipa al sabba, che si svolge in un posto bellissimo, con tanti palazzi e gente ben vestita, dove si mangia, si beve e si balla a volontà; il diavolo è forte, bello e delicato e preferisce lei a tutte le streghe.
A questo punto il giudice inquisitore viene sostituito da un altro, più maturo e più saggio, che cerca prove e non dà ascolto alle chiacchiere.
Egli si convince presto che Gostanza non è che è una povera vecchia, odiata dai compaesani, che ha inventato una serie di menzogne per paura dei tormenti.
E la fa scarcerare.
Dopo le sofferenze del processo Gostanza ha dunque salva la vita.
Ma da questo momento dovrà lasciare per sempre il suo paese e le sarà vietato di <<medicare>> gli infermi: non potrà cioè esercitare quel mestiere di guaritrice in cui ha accumulato abilità ed esperienze e che finora non le ha dato da vivere
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LA CACCIA ALLE STREGHE


Con il termine "caccia alle streghe" si indica la ricerca di persone sospettate di stregoneria, avvenuta in alcuni periodi tra la fine del XV secolo e la metà del XVII secolo.
Si tratta di un tipo di panico morale.
Anche se vere e proprie cacce alle streghe sono occorse occasionalmente nell'era moderna, esiste un convincimento scientifico che la stregoneria sia un fatto mitologico e non un crimine che possa essere commesso. D'altra parte questa opinione può essere contestata in quanto, indipendentemente dal fatto che sia possibile o meno per una strega o uno stregone di influenzare eventi o persone con la magia, le streghe e gli stregoni esistono nella misura in cui un numero di individui dichiara di esserlo.
Una "caccia alle streghe", nella terminologia moderna, per estensione indica l'atto di ricercare e perseguire un qualsiasi soggetto percepito come nemico, in particolare quando questa ricerca viene condotta usando misure estreme e con scarsa considerazione della reale colpevolezza o innocenza.
Le "cacce alle streghe" ebbero luogo durante due secoli e conobbero due ondate: una dal 1480 al 1520 e l'altra dal 1560 al 1650.

Ufficialmente, la Caccia alle Streghe fu iniziata da Innocenzo VIII, il 5 dicembre 1484, con la bolla "Summis desiderantes affectibus" (Desiderandolo con tutta la volontà) del 5 Ottobre del 1484 per "punire, incarcerare e correggere" le persone infette dal crimine della "perversione eretica", e di svolgere con nuovo potere in Germania il ministero dell'Inquisizione.
Il documento che rappresenta le teorie elaborate è il "Malleus malificarum" (1486), chiamato anche "Il Martello delle streghe", scritto per incarico del Papa Innocenzo VIII da due inquisitori tedeschi, Heinrich Kramer e Jakob Sprenger.
Nel documento si affrontano le cospirazioni dei demoni contro la Cristianità e si elencano i malefici e le pratiche perverse delle streghe.

Il libro  raccomanda il più spietato esorcismo contro i demoni con tette e capelli lunghi.
È stato pubblicato per la prima volta nel 1486 e fino alla fine del XVIIIº secolo è stato la base giuridica e teologica dei tribunali dell’Inquisizione di diversi paesi.
Gli autori sostenevano che le streghe, l’harem di Satana, rappresentano le donne nel loro stato naturale: "Tutta la stregoneria proviene dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile".
E dimostravano che: "Questi esseri di gradevole aspetto, sono contatti fetidi e mortali compagnie fatti per incantare gli uomini e attrarli, fischiando come serpente, con code di scorpione per distruggerli".
Gli autori avvisavano gli incauti, citando la Bibbia: "La donna è più amara della morte. E’ una trappola. Il suo cuore è una rete e le sue braccia catene".
Questo trattato di Criminologia, che ha inviato migliaia di donne al rogo dell’Inquisizione, consigliava di sottoporre alla tortura tutte le sospettate di stregoneria.
Se confessavano, meritavano il fuoco. Se non confessavano – e solo un strega (con la forza che le dava il suo amante, il Diavolo, nei loro incontri) poteva resistere a simili supplizi senza confessare qualsiasi cosa, anche.
Il Papa Onorio III stabilì che il sacerdozio era cosa da maschi: "Le donne non devono parlare. Le loro labbra portano lo stigma di Eva, che ha perso agli uomini". Otto secoli dopo, la Chiesa cattolica continua a negare il pulpito alle figlie di Eva.
Lo stesso timore fa sì che i fondamentalisti mussulmani mutilino il sesso femminile e coprano la faccia delle donne. E il sollievo per il pericolo scongiurato fa sì che gli ebrei ortodossi comincino la loro giornata sussurrando: "Grazie Signore, per non avermi fatto donna"
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CANON EPISCOPI


Il Canon episcopi è una breve istruzione ai vescovi sull'atteggiamento da assumere nei riguardi della stregoneria.
Durante il Medioevo questo documento fu attribuito al concilio di Ancira del 314, ma si scoprì che in realtà si trattava di un testo più tardo, risalente presumibilmente all'867.
Il Canon definiva la stregoneria "adorazione del Demonio" ma negava che le streghe potessero volare fisicamente e dichiarava che «[...]chiunque è così stupido e folle da credere a storie tanto fantasiose è da considerarsi un infedele, perché ciò deriva da un'illusione del Demonio».
Sebbene tali voli notturni fossero ritenuti materialmente impossibili, si stimava però che essi potessero realizzarsi con lo spirito. Nonostante il Canon considerasse tali fenomeni illusori, affermava tuttavia che «pur volando con lo spirito e l'immaginazione, queste streghe sono ugualmente colpevoli, come se lo avessero fatto in carne ed ossa».
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FRANCISCO GOYA


Nel 1819, Goya acquista una casa sulle rive del Manzanarre, la "Quinta del Sordo", dove abiterà, dopo averla restaurata e ingrandita, pare fino al 1823, anno in cui ne farà donazione al nipote Mariano.
Sulle pareti di due grandi sale della parte vecchia, una del pianterreno e una corrispondente del piano superiore, entrambe di circa sei metri per nove, Goya dipingerà a olio l'impressionante ciclo delle "pitture nere ": sette composizioni per piano, larghe quanto gli spazi tra le porte e le finestre (da una settantina di centimetri a quattro metri e mezzo), alte circa un metro e cinquanta, per una superficie complessiva di circa trentaquattro metri quadrati.
La maggior parta delle pitture raffigura scene di stregoneria e di esorcismi, di folli superstizioni e di delirio; è lo stesso mondo dell'irrazionale già liberato nei Capricci (serie di ottanta incisioni realizzate tra il 1792 e il 1799) e che ora, dopo le malattie del pittore e le crisi susseguenti, si riveste qui degli aspetti più ossessivi.
Sulle pareti della sua casa, intorno a sé, Goya costruisce immagini d'incubo, proiezioni dirette e immediate dei più nascosti turbamenti dell'inconscio, con colori incredibili, fatti di bianchi gelidi, di neri spessi come la pece, di ocre sfregiate da pennellate di rosso che sembrano ferite o da gialli intensi che sembrano lampi di luce.
La grande composizione del Sabba, che si trovava al pianterreno, è indubbiamente la più impressionante del ciclo: la riunione delle streghe, presieduta dal demonio sotto forma di capro, è piena di terrore superstizioso e di oscuri presentimenti.
In questa specie di furia pittorica che caratterizza le "pitture nere", e che si trasforma in brani di alta poesia, Goya sembra voler condurre a termine la sua missione di uomo e di artista.
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ERZSEBET BATHORY

Erzsebet Bathory nacque nel 1560 da una facoltosa e importante famiglia strettamente legata ai regnanti d'Ungheria; suo padre aveva sposato una donna appartenente a un altro ramo della sua stessa famiglia, Anna sorella del re di Polonia, Stefano Bathory.

Erzsebet ricevette un'ottima educazione: a undici anni era in grado di leggere in latino, conosceva la Bibbia e la storia d'Ungheria, il che costituiva certamente un primato se si tiene conto che le sue coetanee appartenenti al suo rango erano appena capaci di leggere e scrivere.

Trascorse l'infanzia in uno dei castelli della famiglia con i fratelli; quando il padre mori' Erzsebet aveva solo dieci anni e gia' allora fu promessa in sposa al conte Ferencz Nadasdy, un importante nobile del suo paese. Si sposarono nel 1575, nel castello di Varanno': la sposa aveva allora quindici anni.

Dopo dieci anni di matrimonio, Erzsebet era madre di quattro figli e, secondo le cronache, pare che dedicasse tutto il proprio tempo libero alla magia nera.

Emblematico e' un frammento di lettera che la contessa invio'al marito in guerra sul fronte valacco:

Thorko (uno dei suoi servi, N.d.A.) mi ha insegnato una procedura di magia: prendi una gallina nera e percuotila a morte con un bastone bianco. Raccogli il sangue e spargine un po' sul tuo nemico. Se non hai la possibilità di spargerlo sul suo corpo, procurati un suo indumento e allora spargilo sopra questo.

Nella lettera non sono indicati i fini di questa pratica, ma possiamo immaginare che si tratti di una fattura destinata a colpire a distanza un nemico secondo le tipiche procedure della magia nera.

Appena ne ebbe la possibilità il suo castello, nei boschi di Csejthe, divenne un ricettacolo di maghi, streghe e forse anche alchimisti: tutta gente che era ben lieta di trovare rifugio tra le mura di una cosi' autorevole casata, lontana dal controllo della Chiesa.

Sembra che con il passare degli anni la contessa avesse diretto le proprie ricerche in un'unica direzione: la conquista dell'eterna giovinezza. Venne a sapere che un elisir eccezionale era costituito dal sangue di vergine: da quel giorno non riusci' a pensare ad altro.

Forse la donna era gia' disturbata sul piano psichico, infatti abbiamo notizia di numerose sue crisi nervose che si manifestavano prima con acuti mal di testa e quindi con lunghi stati catatonici, dai quali si risvegliava con una irrefrenabile sete di sangue.

Inoltre aveva scoperto che torturando le cameriere le sue crisi cessavano, scomparivano mal di testa e convulsioni e
spesso subentrava uno stato molto vicino all'estasi mistica.

Pare che trascorresse periodi sempre più lunghi nel suo castello e ben presto le segrete di Csejthe si riempirono di giovani donne reclutate tra il popolo, forse invitate a lavorare per la contessa dietro il miraggio di un grosso compenso.

Ma quando giungevano nel castello degli orrori le donne erano testimoni di oscuri riti, molte di loro erano sacrificate e il loro sangue utilizzato dalla Bathory che in quella linfa era certa di trovare il segreto dell'eterna gioventù.

Quando una delle vittime riusci' a scappare ebbe inizio il declino della Sanguinaria contessa.

I fatti giunsero a Mattia II d'Austria, che pare fosse gia' a conoscenza dei turpi delitti di Csejthei, ma non aveva potuto intervenire direttamente per non alterare i delicati rapporti politici locali.

L'ultima denuncia pero' giunse in un momento in cui il sovrano aveva deciso di dimostrare al popolo che il re era pronto a difenderlo contro lo strapotere dei nobili.

Il 30 dicembre 1610 Erzsebet fu arrestata nel suo castello di Csejthe e con la donna furono rinchiusi in prigione numerosi suoi stretti collaboratori.

Nelle segrete del castello furono ritrovate molte ragazze, numerose erano segnate da piccole ferite prodotte dagli aguzzini della contessa per prelevare il sangue da offrire alla terribile donna.

Furono anche ritrovati molti cadaveri sotterrati nelle segrete del castello. Al termine dell'inchiesta furono rinvenuti i resti di seicento e dieci vittime, nella maggioranza dei casi si trattava di donne.

Il processo fu celebrato a Bicse: inizio' il 2 gennaio 1611 e termino' il 7 dello stesso mese.

Tutti i collaboratori della Bathory furono giustiziati dopo essere stati sottoposti a tremende torture; le donne che si erano prestate al gioco della contessa finirono tutte sul rogo con l'accusa di stregoneria.

Per la nobile invece la condanna a morte fu commutata in segregazione a vita nella sua camera di Csejthe.

Nel marzo 1611 la porta fu murata e fu lasciato solo un piccolo spazio necessario per il quotidiano passaggio del cibo.

Fu trovata morta il 14 agosto 1614 senza che nessuno avesse avuto modo di conoscere con precisione quali fossero i riti praticati con il sangue di tante giovani innocenti vittime.
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CASTELLO DEL MALCONSIGLIO

Tutti sanno delle streghe di Trento e del castello del "Malconsiglio" nei cui sotterranei dove le streghe tenevano i loro sabba satanici.

Però non tutti conoscono che ... ad un certo punto, all'epoca del Concilio di Trento si decise di porre rimedio a quella usanza: prima che i prelati giungessero da tutta Europa si decise allora di rinchiudere le streghe nelle gallerie scavate dai minatori nel vicino monte Calisio (ed il castello divenne quindi del "Buonconsiglio").

Ma qui mi sorge spontanea un'ardita riflessione che vuole leggere il nostro passato non solo attraverso la storia ufficiale ma anche attraverso la storia dei fatti minori, di quei personaggi che, oscuri eroi minori (ma anche diavoli minori) hanno causato più cambiamenti di quanto noi possiamo sospettare.

Tutti sappiamo quanto fu importante il Concilio di Trento ed anche che il Trentino era una terra in cui regnava il culto celtico e le streghe erano una manifestazione di tale culto.

Cosa indusse a fare il Concilio proprio a Trento ? La centralità tra la sede del papato e quella del potere imperiale? Un tentativo di ricomposizione dello scisma protestante che Carlo V auspicava, un chiarimento o meglio un'imposizione in materia di dogmi e di dottrina che sembrava l'obiettivo del papato.

Il fallimento dei colloqui di Ratisbona (1541) segnò un ulteriore passo per la rottura con i protestanti e la convocazione di un concilio fu giudicata improrogabile: per quanto riguarda la sede, nel 1542 si stabilì che venisse celebrato a Trento poiché, pur essendo una città italiana, era entro i confini dell'Impero ed era retta da un principe-vescovo.

Questa è la versione più o meno ufficiale ma considerate quanto, all'epoca, fosse intensa la lotta tra le forze della magia/scienza e le forze della Chiesa.

Forse ciò che indusse alla scelta fu anche la volontà di scacciare le residue forze magiche da quelle terre oppure e viceversa furono le forze della magia/scienza che indussero a localizzare il Concilio al centro del loro dominio proprio per poterne influenzare gli esiti?
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SUMMIS DESIDERANTES AFFECTIBUS

Fra il 1227 ed il 1235 fu instaurata l'Inquisizione contro le "streghe" e contro gli "eretici" con una serie di decreti papali

Nel 1252 Papa Innocenzo IV autorizzò l'uso della tortura per estorcere "confessioni" di stregoneria da parte delle donne sospettate. Questo papa criminale alla sua morte fu sepolto nel Duomo di Napoli con una iscrizione che inizia con queste parole: Hic superis dignus, requiescit Papa benignus......

Successivamente, Alessandro IV diede all'Inquisizione ogni potere di torturare ed uccidere, in caso di stregoneria coinvolgente l'eresia.

5 Dicembre 1484: Papa Innocenzo VIII emette la bolla “Summis desiderantes affectibus” sulle streghe, che ordinava di inquisire sistematicamente, per scoprire torturare e giustiziare le streghe in tutta Europa.

Frontespizio della bolla Summis desiderantes affectibus

Nel "Malleus Maleficorum" (il maglio delle streghe) una sorta di "Manuale del perfetto inquisitore", gli "esperti" della Chiesa Cattolica (ovvero i frati domenicani Heinrich Kramer Institor e Jacob Sprenger) elencavano dettagliatamente quello che combinavano le streghe: «uccidono il bambino nel ventre della madre, così come i feti delle mandrie e dei greggi, tolgono la fertilità ai campi, mandano a male l’uva delle vigne e la frutta degli alberi; stregano gli uomini, donne, animali da tiro, mandrie, greggi ed altri animali domestici; fanno soffrire, soffocare e morire le vigne, piantagioni di frutta, prati, pascoli, biada, grano e altri cereali; inoltre perseguitano e torturano uomini e donne attraverso spaventose e terribili sofferenze e dolorose malattie interne ed esterne; e impediscono a quegli uomini di procreare, e alle donne di concepire…».





Dal 1257 al 1816 l'Inquisizione torturò e bruciò sul rogo milioni di persone innocenti. Erano accusate di stregoneria e di eresia contro i dogmi religiosi e giudicate senza processo, in segreto, col terrore della tortura.

Se “confessavano" erano dichiarate colpevoli di stregoneria, se invece "non confessavano" erano considerate eretiche, e poi arse sul rogo. Non sfuggiva nessuno.

Alcune erano sottoposte alla prova della pietra al collo, la presunta colpevole veniva cioè gettata in acqua legata a una pietra. Se annegava era innocente, se invece restava a galla era una strega ... in ogni caso moriva!

In tre secoli alcuni storici hanno stimato che furono sterminati nove milioni di streghe, all'80% donne e bambine. Le donne venivano violentate oltre che torturate; i loro beni erano confiscati fin dal momento dell’accusa, prima del giudizio, poiché nessuno era mai assolto.

La famiglia intera veniva spossessata di ogni bene; si dissotterravano persino i morti per bruciarne le ossa.

Il Malleus Maleficarum stabiliva che la strega accusata doveva essere "spesso e frequentemente esposta alle torture". Le cacce alle streghe erano campagne ben organizzate, intraprese, finanziate ed eseguite dalla Chiesa e dallo Stato.

Questo regime di terrore durò cinque secoli, sotto la benedizione di almeno 70 papi, tutti in qualche modo compromessi con questi orrendi crimini.
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LUNA BLU

Luna Blu è il nome con cui, nella pratica wiccana moderna, si chiama generalmente uno degli Esbat, la seconda di due lune piene quando esse cadano in uno stesso mese solare. L'origine del termine popolare di Luna Blu è controverso, perché il suo significato è variato nel tempo. Oggigiorno le lune sono infatti comunemente ordinate a partire dal mese di gennaio mentre in origine l'anno, in molte tradizioni pagane, incominciava invece con il solstizio invernale e solo da qui si iniziava a contare le lune. Anticamente la Luna Blu era la terza luna piena in una stagione che ne contenesse quattro. Una stagione regolare ne ha normalmente solo tre, ed il carattere di eccezionalità conferiva a questa luna caratteristiche di punto di riferimento per i propri traguardi, per vedere se i propri scopi fossero raggiunti, e per meditare sulle mancanze. Proprio per questo nella Wicca moderna, l'occasione della Luna Blu viene sfruttata per la pratica di particolari rituali esoterici. Tale evento è associato ad animali di significato spirituale queli serpenti e gufi, mentre i colori ricorrenti sono ovviamente le tinte più scure del blu ed il viola; la pietra per eccellenza utilizzata per i rituali è l'ossidiana e l'essenza naturale più indicata è il sambuco.

Normalmente, durante il mese conosciamo l'alternanza regolare delle fasi lunari: Primo Quarto, Luna Piena, Ultimo Quarto, Luna Nuova, ogni 29 giorni e poche ore. Capita tuttavia, mediamente una volta ogni 3 anni, che nello stesso mese si verifichi per due volte la fase di Luna Piena: un fenomeno astronomico assolutamente normale, ma che ha generato nella fantasia popolare miti e leggende a non finire.

L'origine del termine Luna blu è molto antico: le prime testimonianze risalgono a circa 400 anni fa in Inghilterra, dove soleva indicarsi con l'esclamazione "Una volta ogni Luna blu" un fatto molto difficile a compiersi, se non addirittura impossibile, come il conosciutissimo nostrano "Una volta ogni morte di papa". La Luna blu ha presto popolato il magico mondo di fate, gnomi ed elfi, che conoscevano e custodivano il suo segreto: quello di tramutare il vile metallo in oro!

"Avere la Luna blu" vuol dire portare con sé tristezza e solitudine, così almeno raccontano molte canzoni: ricorderemo solo la famosissima "Blue Moon" di Bill Monroe.

Curiosamente in alcune, rarissime occasioni la Luna divenne effettivamente blu agli occhi dell'uomo. Si ricorda questo fenomeno nel 1883, quando il vulcano Krakatoa esplose lanciando nell'atmosfera una grande quantità di polvere che fu responsabile della strana apparizione. Così anche nel 1927 e nel 1951 in America, sempre a causa della sospensione di particelle, prodotte da grandi incendi boschivi.

Questa notte la Luna, molto probabilmente, sarà dello stesso colore cui siamo abituati da sempre a vederla: ma volgiamole lo stesso uno sguardo veloce, affascinati dalla sua silenziosa luce, nel pensiero delle meravigliose storie che ha saputo creare.

la prossima doppia Luna Blu in un anno si verificherà nel 2018, al prossimo Ciclo Metonico, ancora in Gennaio e in Marzo, come nel 1999.

La luna blu si festeggia con grandi danze e canti, divertendoci in suo onore, lanciandole pensieri di gratitudine e richiami d'amore piu' devoti che mai. Ella quando si mostra a noi due volte in un mese ci fa riempire di gioia e beviamo la sua energia come un bambino succhia il latte e il nutrimento dalla madre.
Siamo liberi di fare ancor di piu' cio' che ci consiglia il cuore e lo facciamo con maggiore slancio perche' siamo felici di vederla di nuovo, luminosa e potente, che veglia su di noi.
Possiamo festeggiarla anche bruciando candele d'argento e incenso puro,
dopo il banchetto serale consumeremo dei biscotti a forma di luna e berremo del latte o l'acqua della coppa entro cui si riflette,
restando in silenzio mentre ci lasciamo invadere dai suoi raggi e se non possiamo andare all'aperto per fare questo possiamo restare in casa e visualizzare i raggi della luna che ci avvolgono,
facendo il bagno di luna, aggiungendo cioe' all'acqua del bagno l'acqua in cui si e' riflessa o abbiamo visualizzato i suoi raggi che vi si riflettono,
lavoriamo molto con la visualizzazione e inviamole messaggi d'amore.

"Io (dire il proprio nome esoterico) ti contemlo e ti ammiro, Iside, dolce e bella Signora.
Scintillante come l'alba tu mi appari e su lastre d'argento io cammino. Della tua luce mi ammanto e sulla fronte reco il segno del tuo potere. A te dono le forze e le energie dei miei spiriti, io passo nell'universo e respiro nel vento, io sono l'universo, io sono il vento."
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STREGA

Secondo la mitologia popolare, la strega è un essere soprannaturale o una donna reale dotata di facoltà straordinarie, che svolge un'attività di magia nera e comunque dirige i suoi eccezionali poteri ai danni degli altri. La credenza, universalmente diffusa, in persone dotate di facoltà straordinarie che possono impiegare ai danni del prossimo (magia nera, stregoneria) non fu sradicata completamente neanche dalla spiritualità del cristianesimo che, d'altra parte, ereditava anche le idee, d'origine mitologica, relative ad esseri nocivi soprannaturali. Queste credenze restarono tuttavia ai margini dell'ideologia cristiana per oltre un millennio: in sede teorica si distingueva nettamente tra le persone umane dedite alla magia nera (malefici, maleficae), che mediante il malocchio, sortilegi vari, filtri, ecc. potevano danneggiare il prossimo, e le "strigae", esseri soprannaturali che volavano per l'aria, erano capaci di ogni sorta di metamorfosi, rapivano e mangiavano i bambini ecc. A cominciare dal XII secolo si hanno prove del fatto che nelle credenze e idee dell'epoca si stava operando una graduale fusione tra le due categorie di esseri nocivi; si verificava cioè, in fondo, un graduale ritorno a concetti che si ritrovano presso diversi popoli primitivi, che non distinguono chiaramente, o non distinguono affatto, tra le persone umane dedite alla magia nera e gli esseri demoniaci di cui si servono e in cui esse stesse possono trasformarsi. Lentamente prendeva il sopravvento l'idea che certe persone umane e, forse in conseguenza dell'atteggiamento ascetico medievale nei riguardi delle donne, particolarmente donne, fossero in contatto con il diavolo, il quale desse loro capacità nocive soprannaturali: in determinati luoghi e giorni (che per lo più sono luoghi e date di antichi culti pagani, la cui nuova funzione mostra la demonizzazione del paganesimo) avrebbe preso luogo la tragenda, il sabba, la riunione tra queste persone e i diavoli, celebrata con orge sessuali. S. Tommaso ammetteva la possibilità di un commercio sessuale tra persone umane e demoniache, e le sue disquisizioni sugli incubi e succubi non rimasero senza conseguenza per le future posizioni della Chiesa al riguardo delle streghe. Ma la prima presa di posizione ufficiale della Chiesa risale al 1233, data della bolla "Vox in Rama" di Gregorio IX; nel 1258 si ha il primo processo contro le streghe, e pare che nel 1275, a Tolosa, sia stata per la prima volta bruciata sul rogo una strega. La base giuridica di questi processi è stata elaborata dalla filosofia scolastica: poiché l'attività delle streghe si fonda su un patto col diavolo, essa implica un'apostasia e perciò cade sotto la competenza dell'Inquisizione. Al principio del XIV secolo l'accusa di stregoneria serve a volte interessi politici e personali, come nella casa di Filippo il Bello contro i Templari e di papa Giovanni XXII contro il vescovo di Cahors, bruciato sul rogo sotto l'accusa di aver praticato sortilegi contro la vita del pontefice. Ma il periodo classico dei processi contro le streghe si estende tra il XV e il XVI secolo. Si calcola che complessivamente non meno di un milione di persone siano rimaste vittime della credenza nelle streghe, favorita dalle autorità ecclesiastiche, da personalità religiose sia cattoliche sia protestanti, dagli eruditi come dal fanatismo popolare. I protestanti, in parte per la particolare attenzione che dedicavano all'Antico Testamento, in parte perché anche il loro pensiero si fondava sulla scolastica, accettavano in pieno le idee relative al diavolo e alle streghe, e quasi un terzo delle vittime dei processi sono state bruciate in paese protestanti. L'Italia fu tra i paesi meno funestati da questi processi, specie se si prescinde dalla Valtellina dove la maggior parte di essi ebbe luogo. Nei processi dell'Inquisizione s'impiegava anche la tortura e fu certamente in buona parte per la paura della tortura, sebbene probabilmente anche per tutta l'atmosfera satura di fanatismo che non era estraneo neanche alle stesse vittime, che abbondavano anche le confessioni spontanee. Tra le opere che, giustificando e anzi spronando la persecuzione delle presunte streghe, ebbero un influsso infausto in questo periodo della storia occidentale, restano memorabili il "Formicarius" di J. Nider (1440) e, soprattutto, il "Malleus maleficarum" dei domenicani Henricus Institoris e Jakob Sprenger (1489). Le prime voci che nel XVI secolo si alzavano contro il fanatismo urtavano nella severa opposizione dei sostenitori dei processi. J. Bodin chiedeva la condanna al rogo di J. Weyer, il cui "de praestigiis daemonum" (1563) aveva tentato di polemizzare con la credenza dominante. Il volume "Discovery of witchcraft" di R. Scott (1584) fu bruciato sul rogo. Con l'andar del tempo tuttavia quelle voci diventavano sempre più frequenti e insistenti, sia tra i protestanti sia tra i cattolici. La lunga sopravvivenza dei processi contro le streghe, fino a qualche caso sporadico (Messico) nel 1800, dipendeva anche dalla mancata unificazione del diritto in molti paesi feudali, dove singole legislazioni locali, dettate dai signorotti, erano in ritardo rispetto ad altre. Così, mentre nella Prussia, che arrivò relativamente presto a quella unificazione, l'ultima condanna di streghe è del 1728, nella Baviera, dove permanevano condizioni giuridiche più arretrate, ancora nel 1775 si brucia una strega. Date ancora più recenti si hanno per Siviglia (1781) e per Poznan (1793). Scomparsa, finalmente, dalla cultura ufficiale e dalla giurisdizione, la credenza delle streghe sopravvive tuttora presso le popolazioni rurali di tutta l'Europa. Presso i popoli primitivi è molto frequente l'idea che ogni male provenga da forze extraumane (per es. da spiriti), contro cui si lotta con mezzi magici conosciuti e posseduti per lo più soltanto da persone particolari (stregoni...); ma altre persone, dotate delle stessa facoltà speciali, si servono di queste a fini dannosi. La distinzione tra magia "bianca" e magia "nera" o stregoneria, tra stregoni buoni e cattivi, si fonda unicamente sul criterio dell'utilità sociale: la stregoneria non è tale se svolta ai danni di nemici o stranieri, e in tal caso può essere opera dello stregone "buono". Anche nelle cosiddette civiltà superiori e non soltanto nelle classi arretrate della popolazione, la credenza nella stregoneria è largamente diffusa. Nell'antico Egitto, verso la fine del 2° millennio a.C. la stessa regina Teje ricorse a sortilegi esercitati su statuette per assicurare il trono al proprio figlio, al posto dell'erede legittimo. Nella Babilonia i sacerdoti esorcizzatori s'impegnavano contro gli spiriti, ma anche contro gli stregoni ("kassapa", femm. "kassaptu"); dalla biblioteca di Assurbanipal ci sono rimasti numerosi scritti magici con riferimenti alla stregoneria. In India già l'Atharvavèda contiene formule contro l'opera degli stregoni. Se l'alta letteratura greca del periodo arcaico e classico preferisce evitare l'argomento, esso è tuttavia presente nella mitologia (Medea, Circe); in epoca ellenistica, però, come pure nella letteratura romana, la stregoneria è un tema frequente. Documenti archeologici confermano la realtà della stregoneria anche nella vita quotidiana. Nel folclore molte sono le superstizioni relative alla stregoneria. Si crede che persone concepite nella notte dell'Annunciazione o del Natale abbiano facoltà di stregoni o streghe, che altre acquistino tali facoltà mediante un sacrilegio appositamente commesso, che inoltre gli stregoni possano trasformarsi in animali (gatti, pipistrelli, serpenti); che essi si riuniscano in dati giorni (per es. ogni sabato) sui monti o sotto certi alberi (noce di Benevento). Contro le supposte fatture (particolarmente efficaci quelle della notte di S. Giovanni) si ricorre a forme di protezione: si mette una scopa o una pannocchia di granoturco all'uscio, perché gli stregoni siano costretti a contarne i fili, ovvero i chicchi, prima di entrare in casa.
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LA STREGONERIA

Malefici: dalle legature alle fatture di odio e a morte.


Sgombriamo subito il campo da ogni possibile dubbio o frainteso.


Qualsiasi operazione magica, sia che unisca due persone, sia che le divida, sia che le impetri il male è un maleficio, ovvero un “operazione” che si avvale dell’intertevento di forze del male e negative.
Quella che apparentemente sembra una “azione positiva”, ovvero legare due persone, costringere ad un ritorno, in realtà è un maleficio a tutti gli effetti, in quanto “forza” la volontà e gli eventi.
L’arte di comporre e rendere efficace un maleficio è assai rara, anche se abbastanza diffusa, perlomeno nei tentativi di applicarla.
Nella sola Italia sono migliaia gli operatori che si dichiarano in grado di fare un maleficio, un rituale, asserendo di avere la padronanza dell’arte: e non è raro vedere operatori che offrono anche il “fai da te” per poche decine di euro.
Altri invece praticano i rituali a fior di centinaia e di migliaia di euro non assumendo su di loro nessun rischio.
Ma la vera arte di preparare e rendere efficace un maleficio, la cosidetta fattura, è davvero rara. In genere chi la pratica e la sa praticare non si fa grande pubblicità, spesso chiede di essere pagata per il servigio a risultato ottenuto.
Ma come funziona un maleficio?
Innanzitutto esiste un “volt”, una sorte di bersaglio (che quasi sempre poi costituisce il vero maleficio e rappresenta il “testimone del maleficio”) sul quale l’operatore esercita la sua “operazione magica”.
I volt possono essere di qualsiasi tipo: dalla candela, al limone, al cuore di un animale, alla testa di un animale, da un feticcio in stoffa ad una pergamena.
Nell’ambito della “tipologia” di maleficio che si vuole comporre e a seconda della ritualistica si scegli il “volt”.
Nell’ambito della tipologia dei malefici esistono quelli per contatto (il volt deve venire in contatto in qualche modo con la vittima), oppure per ingestione (tipo polveri, filtri, sangue mestruale), oppure per putrefazione (putrefazione del volt) oltre ovviamente quelle tipicamente dette a distanza.
Ad esempio per una “legatura” tra due persone si usano a preferenza delle statuine di cera contrapposte (maschio e femmina). Le stesse statuine possono essere usate per dividere due persone ma in questo caso, ovviamente, cambia il rituale.
Ma per legare due persone si può usare anche qualche rituale per “ingestione” come polverine particolarmente “caricate” allo scopo, oppure qualche liquido da far bere alla vittima, come il sangue mestruale. Per dividerle invece si può usare quella per contatto, come polveri ( polvere di cimitero, limatura di chiodi di bara, segatura di bara ecc. ) cosparse sul pianerottolo dove abita la vittima, oppure dei liquidi ecc.
L’uso del limone è frequente come anche l’aglio (soprattutto maschio): oltre ad essere “malleabile” e quindi ideale per conficcare spilli e aculei, tende a marcire, rendendo quindi il maleficio progressivo via via che procede la sua putrefazione.
Questa tipologia di “fatture” rientra in quella per putrefazione: il volt marcisce e la fattura prende “corpo” ossia si rende efficace.
Le fatture, abbiamo accennato, possono essere d’amore, d’odio, di vendetta, “a morte”, per provocare incidenti, per separare due persone, per rovinare matrimoni ecc.
In ogni caso si rende quasi indispensabile alla ritualistica la possibilità di avere qualcosa che appartiene o è appertenuto alla vittima: un fazzoletto, un indumento intimo, una bracciale, una collanina, dei capelli, dei peli, delle unghie e in mancanza una foto.
Il materiale appartenente alla vittima viene in qualche modo “inglobato” nel volt che in ogni caso la maggioranza degli operatori “battezza” come vittima.
Il battesimo del volt è un altro passo importante : in moltissime zone d’Italia il battesimo avviene proprio secondo il rito del battesimo cattolico, con tanto di olio catecumeno e crisma e acqua lustrale (l’acqua benedetta della notte di Pasqua!).
Una volta inglobato il materiale della vittima nel volte, si procede al “battesimo” dello stesso e a quel punto il volt è pronto per ricevere “il maleficio”, ovvero il rituale.
Importantissimi come materiali della vittoma sono soprattutto capelli, peli e unghie: non per niente è usanza presso i nomadi di seppellire di nascosto le unghie e i capelli una volta tagliati, proprio per evitare che finiscano in mano sbagliate e possano servire per eventuali malefici.
Altri elementi importanti per la ritaulistica sono gli incensi e gli oli.
La scelta degli incensi è particolarmente delicata e procede secondo la tipologia del rituale: ad esempio nel caso che il maleficio serva a dividere una coppia si usa in prevalenza “l’assefetida” un incenso dall’odore aspro e maleodorante. Si usa soprattutto con le statuine contrapposte, poste di spalle e nelle quali è stato inglobato il materiale delle vittime.
Alcuni rituali prevedono che le statuine siano fumigate per un intera notte con l’assefetida.
Lo stesso incenso è usato per provocare impotenza o blocco sessuale.
Mentre per le legature è usato a preferenza incenso di rose, il patchoulli e nei casi più restii o nel quale si possono prevedere particolari recalcitrazioni anche lo storace.
Anche gli oli sono di fondamentale importanza, soprattutto se la ritualistica avviene con volt di cera (come feticci, statuine, falli ecc.): anche nelle fatture con i limoni gli oli sono importanti.
Ovviamente ogni rituale ha i suoi “accessori” che possono essere spilli, spilloni, aculei, chiodi, nastrini, pergamente, penne di gallina ecc.
Ma la cosa che più conta in un rituale o maleficio è la “volontà” e il cosidetto “comando” dell’operatore.
Il “comando” può essere inteso come una sorte di “potere” che in genere viene tramandato: ad esempio nel sud Italia le fattucchiere in punto di morte devono decidere a chi affidare “il comando” compreso i segreti, i trucchi, le formule e i cosidetti “libri”, ovvero quei quaderni pieni di appunti e formule tramandati da decenni.
La volontà dell’operatore, per quanto forte, non può sostituire “il comando”: se l’operatore è sprovvisto del “comando” può solo generare colpi di ritorno su di se o su chi ha ordinato maleficio e spesso ottenere sulle vittime l’effetto contrario.
Cosa che non è infrequente ai gionrni nostri a causa dell’imperizia, o stravaganza, degli operatori o della diffusione del “fai da te”.
Il maleficio viene confezionato recitando un formulario che è un pò la consacrazione dello stesso: spesso il rituale si divide in due parti. La prima è la preparazione, il battesimo, la consacrazione del volt vero e proprio seguito dal rituale vero e proprio e poi dalla cosidetta “attivazione” che nella maggioranza dei casi avviene con la sepoltura della fattura o dell’ingestione del preparato (come il mestruo) da parte della vittimaa, o del suo contatto con qualche preparato.
Alcuni operatori poi usano tre tipologie di maleficio contemporanemente: quello per contatto o ingestione, quello per putrefazione e quello a distanza. Spesso le tre tiplogie di ritauli sono preparati a distanza di pochissime settimane l’uno dall’altro per significare il naturale rinforzo del precedente.
Un limone ad esempio, una volta consacrato (inglobamento materiale organico della vittima) e battezzato, può essere trapassato da spilloni, aculei, attraversato da nastrini annodati ( questa rientra nella tipologia delle fatture per annodamento) mentre si fumiga con l’incenso adatto e si recitano forumule particolari e la volontà e l’attenzione dell’operarore è concentrato sul volt come se fosse davvero la persona.
Finito il “lavoro” sul volt si procede alla sua attivazione: nel caso del limone spesso va sepolto non lontano dalla vittima, in un posto dove sia difficile ritrovarlo, e li marcire.
E’ usanza spesso controllare il limone: se è diventato di un colore grigio cenere l’operatore proclama che la fattura sta agendo, se invece diventa nero e la putrefazione procede lenta l’operatore asserisce che la fattura difficilmente darà i risultati sperati.
Altra tipologia di fattura, abbiamo detto, è quella per annodamento: spesso gli operatori danno ai clienti dei nastrini “consacrati” da annodare mentre si recitano particolari formule e poi usano farli seppellire.
Esistono un infinità di rituali, diffusi grazie anche al tentativo di imitazione della magia “estera”, tipo quella brasilina, cubana, africana. Spesso quelli fatti da operatori mediocri o con il fai da te, sono i rituali che producono esattamente il contrario di quello che si prefiggono oltre ad attirare una serie esponenziali di negatività su chi li pratica o li ha ordinati.
Effettivamente sono pochi quelli in grado di realizzare rituali efficaci: e anche in questi pochi casi è bene che si sappia che gli effetti sono letteralmente devastanti, anche se gli scopi primari vengono raggiunti.
E spesso, comte tratteremo in un altro articolo, basta una “semplice” maledizione per avere effetti devastanti e inimmaginabili
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IL MALLEUS MALEFICARUM

Questo è il più conosciuto (il più infame), manuali della caccia alle streghe. Scritto in latino, il Malleus è stato presentato in primo luogo presso l’Università di Colonia il 9 maggio 1487. Il titolo è tradotto come “Il Martello delle streghe“. Scritto da Henry James Sprenger e Kramer (di cui poco si sa), il Malleus è rimasta in uso per un periodo di tre anni. Il manuale aveva un enorme influenz...a nella caccia alla strega, in Inghilterra e sul continente. Questa traduzione è di dominio pubblico. Il Malleus è stato utilizzato come un libro giudiziario per l’individuazione e la persecuzione delle streghe, precisando le norme di prova e le procedure canoniche della persecuzione alle streghe, che sono state torturate e messi a morte. Migliaia di persone (soprattutto donne) sono stati uccisi dal tribunale a seguito delle procedure descritte in questo libro, da chi aveva una strana voglia sul corpo, che viveva da solo/a, la malattia mentale, la coltivazione di erbe medicinali, o semplicemente perché sono stati falsamente accusati (spesso per guadagno finanziario da parte della accusatore). Il Malleus serve a far capire al mondo moderno, come uno scritto possa dare un avvertimento su ciò che accade quando una società assume l’intolleranza .

CONTESTO

Il Malleus non nasce, come alcuni erroneamente ritengono, dalla volontà espressa da Innocenzo VIII attraverso la bolla Summis desiderantes affectibus del 1484, che dava ai due frati pieni poteri, in alcune regioni della Germania, di svolgere incontrastati la loro opera di inquisitori contro il delitto di stregoneria. In realtà gli autori del più famoso manuale antistregonico, posteriore di tre anni rispetto alla bolla papale, utilizzarono tale bolla (totalmente avulsa dal manuale) per riuscire ad imporre una visione fino a quel momento molto personale della stregoneria e del modo per contrastarla. Oltre alla bolla papale, riprodotta in apertura dell'opera, il Malleus Maleficarum era introdotto da un testo, una Approbatio attribuita ad una commissione di teologi dell'Università di Colonia; si trattava di un falso (prodotto con la connivenza di un notaio compiacente) che solo in tempi recenti è stato smascherato come tale, ma che all'epoca contribuì a dare al trattato l'imprimatur di opera teologicamente ineccepibile.
Il Malleus rimase, fino alla metà del XVII secolo, il più consultato manuale della caccia alle streghe (sia da parte degli inquisitori cattolici, sia dei giudici protestanti), poiché spiega proposizione per proposizione come comportarsi in ogni singola occasione. Il testo però non esprime nulla di nuovo, semplicemente raccoglie una serie di pensieri pregressi sul fenomeno della stregoneria e, soprattutto, sul pensiero negativo della donna, invero, ci sono più streghe che stregoni, secondo gli autori, perché le donne sono mas occasionatus. Un pensiero aristotelico dunque, che viene ripetuto, in maniera ridondante, attraverso citazioni continue di Aristotele e Sant'Agostino, nonché di molti altri Testi Sacri.
All'epoca in cui fu pubblicato il Malleus vi erano molte eminenti personalità, anche in seno alla comunità cattolica, che dubitavano dell'esistenza delle streghe, considerando tali credenze delle mere superstizioni, ma ve ne erano altrettante che invece credevano nei poteri soprannaturali di maghi, streghe e stregoni; poteri donati dal diavolo. A riprova di ciò nel Malleus i due frati Domenicani rimproverano aspramente tutti coloro, soprattutto religiosi, che minimizzano il fenomeno delle credenze popolari reputandole superstizioni, mettendo a tacere il dissenso addirittura nella prima proposizione: affermare l'esistenza degli stregoni è così cattolico al punto che affermare ostinatamente l'opposto [è] eretico? Per loro, sembrerebbe di sì. Il Malleus Maleficarum non fu mai adottato ufficialmente dalla Chiesa cattolica, ma non fu neppure mai inserito nell'indice dei libri proibiti, mentre lo fu ad esempio il Manuale dell'inquisitore di Eliseo Masini, o la successiva Demonomanie des sorciers di J. Bodin che al Malleus, per molti aspetti si rifaceva . Riscosse i consensi della quasi totalità degli inquisitori e autorevoli ecclesiastici, nonché di giudici dei tribunali statali sive secolari, tanto che ne vennero pubblicate trentaquattro edizioni e oltre trentacinquemila copie impresse anche in edizione tascabile, secondo libro stampato dopo la Bibbia . L'immediata e durevole popolarità di questo libro contribuì a scalzare l'autorevolezza di un precedente testo di riferimento per i casi di stregoneria: l'antico Canon episcopi che comunque, datato secoli prima, non risultava importante ai fini della caccia alle streghe. La proporzione di testi scritti da ecclesiali contro le superstizioni e di testi scritti per confermare l'esistenza di streghe, stregoni e maghi è di circa 1 contro 70 dai titoli tutt'oggi esistenti.
 
CONTENUTO

In questo testo la presenza di materiale originale è esigua: si tratta per lo più di una codificazione di credenze preesistenti, spesso estrapolate da testi più antichi quali il Directorium inquisitorum di Nicolas Eymerich (1376) e il Formicarius di Johannes Nider (1435). La lettura del testo, ai giorni nostri, può risultare ostica, poiché alcune posizioni vengono espresse senza argomentazioni. Bisogna però storicizzare il contesto e riflettere che alcune posizioni - per noi assurde - per i contemporanei erano un dogma quotidiano, non deve sorprendere dunque leggere di casi dove la condannata andò a morte molto volentieri, affermando che, anche se avesse potuto essere liberata, avrebbe ugualmente prediletto la morte, pur di sfuggire al potere del diavolo. Le streghe esistono. Il diavolo anche. Ne erano convinti tutti. Il libro è diviso in tre parti. La prima parte affronta la discussione della natura della stregoneria. Parte di questa sezione spiega perché le donne, a causa della loro debolezza e a motivo del loro intelletto inferiore, sono per natura predisposte a cedere alle tentazioni di Satana. Il titolo stesso del libro presenta la parola maleficarum, (con la vocale femminile) e gli autori dichiarano (erroneamente) che la parola femina (donna) deriva da fe + minus (fede minore). Il manuale sostiene che alcuni degli atti confessati dalle streghe, quali ad esempio le trasformazioni in animali o mostri, sono mere illusioni indotte dal Diavolo, mentre altre azioni, come ad esempio la possibilità di volare ai sabba, provocare tempeste o distruggere i raccolti sono realmente possibili. Gli autori, inoltre, si soffermano con morbosa insistenza sulla licenziosità dei rapporti sessuali che le streghe intratterrebbero con i demoni. La seconda parte riprende molte posizioni espresse nella prima e le approfondisce (non senza citazioni dello stesso testo) nel tentativo di far comprendere il modo di fare le stregonerie e il modo in cui si possono facilmente eliminare. L’ultima parte si occupa di fornire istruzioni pratiche sulla cattura, il processo, la detenzione e l’eliminazione delle streghe. Nel testo si discute anche di quanta fiducia si debba riporre nelle dichiarazioni dei testimoni, le cui accuse sono spesso perpetrate per invidia e malizia (sempre però con il permesso di Dio, che permette la malvagità per sua gloria); tuttavia gli autori affermano che i pettegolezzi pubblici sono sufficienti a condurre una persona al processo e che, anzi, una difesa troppo vigorosa da parte del difensore è prova del fatto che anche quest'ultimo è stregato. Il manuale fornisce indicazioni su come evitare che le autorità siano soggette alla stregoneria e rassicura i lettori sul fatto che, in quanto rappresentanti di Dio, i giudici sono immuni dai poteri delle streghe. Largo spazio è dedicato all'illustrazione di tecniche di estorsione delle confessioni e alla pratica della tortura durante gli interrogatori: in particolare viene raccomandato l’uso del ferro infuocato per la rasatura dell’intero corpo delle accusate, al fine di trovare il famoso marchio del Diavolo, che ne proverebbe la colpevolezza. Il Malleus, nella sua oggettiva follia, si presenta filosoficamente e teologicamente inattaccabile, invero, le proposizioni esposte sono "corrette" e cattoliche. Il testo quindi va letto in chiave psicoanalitica, interpretando la sessualità femminile nel transfert degli inquisitori. Non a caso il manuale viene oggi usato come testo di riflessione nell'ambito della semiotica, della psicoanalisi e della filosofia morale.
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